La Gara – Puntata 12: Pamplona

Lo abbiamo detto. Gran parte della Gara la fanno i suoi concorrenti. Nel senso che sono loro a darle un’anima, a plasmarla, modellarla, darle quell’aura di misticità e unicità che la rende nota in Europa e in tutto il mondo, e che fa sì che ogni anno decine di migliaia di persone partecipino al sorteggio sperando di regalarsi quel folle sogno. Ich habe einen traum. “Io ho un sogno” ed è curioso che la parola sogno, in tedesco, assomigli all’italiana “trauma”.
Sono, tutte queste, persone cui evidentemente quel sogno serve come l’aria, perché manca qualcosa nella vita di tutti i giorni, vuoi per un motivo vuoi per un altro. Insoddisfatti di tutto il mondo unitevi, montate in sella, e venite a Sölden a fare l’Ötztaler Radmarathon (se ne siete in grado). Tornerete rigenerati. Almeno fino alla prossima partecipazione.

Donne, uomini, ragazze e ragazzi che si ritrovano lì, come a una sorta di metaforico Roxy Bar del dislivello, trascorrendo vigilie inquiete a confrontarsi sull’abbigliamento da indossare il giorno dopo, bere birre burrascose, credendo di alleggerire così, ingenuamente, una tensione che è invece parte integrante della festa stessa. E in quanto tale va accettata e celebrata.

In cinque anni di onorata partecipazione all’Ötztaler Radmarathon, in compagnia di volta in volta dei casi umani più disparati e diversi, condividendo spesso strette stanze d’albergo, bugigattoli, mini appartamenti da due in quattro, dove la puzza di sudore e indumenti fradici si mischiava a quella dei cuori infranti, ho raccolto storie sufficienti, credo, per farne quantomeno quattro o cinque libri.

Quella di A è, indubbiamente, fra tutte queste storie, la prima che mi viene in mente. Ogni volta che penso alla Gara e alla follia (di cui anche io sono vittima) strisciante che abita i suoi partecipanti, penso a lui.
Ma quella di di A è anche la prima storia che mi sovviene dopo la lunga discesa barbellante nel freddo ghiacciato del Kühtai (temperatura percepita: -2). Quando attraverso i binari del tram ad Innsbruck (la Gara taglia in due il capoluogo tirolese come una lama un panetto di burro) e mi approssimo a scalare il secondo passo, il Brennero. Indubbiamente tra le più affascinanti e degne, se non di analisi psicofisica fatta da esperti in materia, quantomeno di narrazione, la vicenda di A.
Piccola premessa: A è una persona inventata, ispirata a una reale. Siamo amici da tempo, pedaliamo spesso assieme. La persona cui A è ispirato sa dell’affetto sincero che provo per lui e per le sue vicende personali e sa anche che mai ne approfitterei a fini commerciali (questo è un racconto libero, romanzato, non un libro in vendita, né tantomeno una sua biografia). Nulla di quanto scritto è però frutto totale della mia fantasia, al massimo mi sono concesso qualche piccola licenza letterario-poetica. La storia vera di A non si discosta poi molto da questa, ed è una delle più belle ed emozionanti che io conosca.

A è nel gruppo, davanti a me, ma lo perdo subito, così come prima di lui ho perso anche Max. Le gare sono fatte per perdersi (e poi, ovviamente, ritrovarsi, davanti a un sorso generoso di birra gelata). Il suo casco ondeggia baldanzoso nella tempesta, posso riconoscerlo da lontano, fosforescente, nella melma colorata di mantelline, cerate e scaldacollo inumiditi. Qualcuno trema, qualcuno si scalda, o crede di farlo, addentando fuori soglia la nuova salita. A pedala quasi costantemente con il culo fuori sella, sui pedali. Rapporti durissimi, come i campioni pre anni Duemila. Come faceva Pantani, il suo, il nostro, eroe. Spinge e di forza, va di muscolo, l’agilità e la frequenza di pedalata alte insegnate da Dave Brailsford (Manager del Team Sky) ai suoi come un mantra, non sa nemmeno cosa siano. Per questo, A lo distingui anche da lontano. So che non lo riacciufferò. Va forte, Dio se va. Va come un toro.

“Toro” è la parola che A è più abituato ad usare per definire le persone che stima. La password per entrare nelle grazie di A è il nome di Jack Lamotta, aggettivo compreso. Toro scatenato. Che questo lui è: un toro, in gabbia un anno intero, che si rianima ed esce nella sua Pamplona liberata una volta sola, l’ultima di agosto, qui a Sölden. Questa è la sua arena personale. Questo il suo San Firmino da segnare sul calendario.
La tira fuori in continuazione la storia del “toro”. Gli serve per definire quelli che secondo lui ci provano sempre nella vita, anche quando tutto sembra impossibile e irrimediabile (e nelle sue stesse vicende spesso lo è). Delle sorte di scalatori puri della vita, gente che non si arrende mai e che a volte però finisce anche per combattere contro mulini a vento inesistenti. Ma “toro” è anche il vocabolo che A usa per le persone cui si affeziona di più, quelle che sanno essere sensibili ai mali del mondo, e, soprattutto, ai suoi (temo di essere tra costoro).
A ha meno di quarant’anni, un fisico atletico, quasi quello di un professionista. È un passista-scalatore per la precisione, capace di mulinare i muscoli come stantuffi e battere chiunque negli ultimi cinquanta metri, come sugli strappi al 10% spingendo rapporti per altri improponibili. Un metro e ottanta di altezza per settanta chili scarsi di peso, con un rapporto peso – potenza da fare invidia a Wout Van Aert, il campione belga dalle sette vite. Massa grassa nemmeno a parlarne. Insomma un atleta fatto e finito. All’ Ötztaler arriverà due ore prima di me, ne sono certo.
Da ragazzino, A era stato adocchiato da molte società sportive della Lombardia. E lui quello, da grande, avrebbe voluto fare: il ciclista. Correre a perdifiato in mezzo ai campi, su e giù per le montagne, in sella a una bicicletta, dalla mattina alla sera con il vento nei capelli e il cuore in gola. Studiare, lavorare, mettere la testa a posto, manco a parlarne.
Niente da fare, lui voleva essere laffuori, con il vento in faccia, a “suonare” tutti, come ama ripetere. Cioè superare gli altri, gli avversari, veri o immaginari, quasi andasse a velocità doppia, in moto e non in bicicletta. Quasi quella fosse una rivincita nei confronti della vita, la necessità di affermarsi laddove altrove gli altri gli pareva lo calpestassero senza averne diritto. Un modo per dimostrare che lì almeno, su quel campo da gioco, la bicicletta, quello che vinceva poteva invece essere lui. Così anche oggi, ogni volta che scende in strada in sella a una due ruote, anche se è solo un amatore e non un professionista, deve arrivare primo, fosse anche solo vincere la coppa del quartiere.


Ma c’è un piccolo particolare che sfugge e che rende la sua una storia speciale. A è un alcolizzato. Lo è nel senso più clinico e letterale che di questa parola ci possa essere: dipende dall’alcol. Non può non bere, il suo sangue deve averne costantemente una percentuale, diciamo, discreta. Chi non lo avesse ancora visto, può capire meglio cosa intendo, affittandosi o scaricandosi questo filmetto danese di un paio di anni fa altamente esplicativo.
Fatto sta che A beve in media dai 3 ai 4 litri di birra al giorno. A Söden la prima cosa che ha fatto la sera prima della partenza è stata individuare i pub che chiudevano più tardi, solo a notte fonda, quelli dove “sfondarsi” di alcol fino alle ore piccole, ovvero quelle della partenza (06:30 AM).
Come quella volta alla Marcialonga di Cavalese, gara di sci di fondo nota per esser l’evento con la “E” maiuscola della val di Fiemme, una sorta di Ötztaler delle nevi agordine. Evento cui A (che è anche provetto sciatore) non manca mai di partecipare. A Cavalese (sede della Marcialonga), la sera della viglia bevve fino allo stordimento, raggiungendo un coma etilico, soft ma pur sempre reale. Rimasto solo (gli amici a letto da ore per esser pronti riposati al via), si addormentò in auto con un rivolo di bava che gli colava dalla bocca. Sì svegliò il mattino dopo, soltanto un quarto d’ora prima della partenza. Era in una pozza di vomito, il suo, nel frattempo congelatosi, la guancia ci pattinava sopra. Nella notte sotto zero, la condensa data dal suo respiro nell’abitacolo lo aveva salvato. Il vomito invece si era solidificato sul tessuto del sedile anteriore, proprio sotto il suo naso. Roba che nemmeno Jimi Hendrix. Lo aveva svegliato il vociare di qualche concorrente che il mattino presto aveva parcheggiato l’auto vicino alla sua e stava scaricando sci e attrezzatura. Si parlava di scioline e altre faccende da fondisti. A si era allora svegliato di soprassalto, come un automa in trance, aveva capito subito dove era, cosa era lì a fare e – soprattutto – cosa non avrebbe mai rinunciato a fare, per nessuna ragione al mondo. La Marcialonga!
Aveva agguantato lo zainetto da alpinista dal bagagliaio senza nemmeno scomodarsi ad uscire dall’abitacolo, si era messo la tutina aderente da sci a fatica a suon di bestemmie per le numerose capocciate dato contro il tettuccio della vettura, aveva infilato le scarpette gelate, scaldato i guanti soffiandoci dentro allo sfinimento e si era infilato il cappello di lana, quello che gli aveva dato la mamma prima che partisse da Milano. Una sorta di orsacchiotto o coperta di Linus portafortuna. Piuttosto avrebbe sudato come maiale ma quel cappellino lo doveva tenere in testa.
Prima di scendere dall’auto, aveva ingurgitato una scatoletta di tonno, rimastagli nel sacchettino di plastica dell’Autogrill dal giorno prima, con tanto di olio solidificato. Addentando quella carne marmorea e insapore, più simile a una granita estiva ai gelsi, aveva guardato fuori dal finestrino. Mancavano cinque minuti scarsi al via. In un lampo era sceso, aveva preso gli sci e si era infilato nelle canaline tra i boschi fitti di abeti rossi, fino alla partenza. Pattinando qua e là sulla coltre bianca e battuta aveva guadagnato il suo posto tra i concorrenti, e – soprattutto – nel mondo. Nulla lo avrebbe potuto fermare. Era un toro scatenato.


Esattamente, come un toro, scatenatissimo, A lo è oggi qui a Sölden. Non ci sono gli sci, non c’è il cappellino di lana della mamma, ma il cuore e il cervello (pazzo), quelli sono presentissimi, in prima fila. Sono i medesimi della val di Fiemme. Con una discreta prevalenza del primo sul secondo.
Il fatto è che – me ne rendo conto – A avrebbe potuto anche bere tutte le grappe , i distillati e gli amari dalla gradazione più alta della valle dell’Ötz, rimesso l’anima tre o quattro volte davanti ad altrettanti hotel con tanto di concierge scandalizzati a guardarlo e scansarlo, ma niente lo avrebbe fatto desistere dal sentire il colpo di cannone di Sölden vibrargli in corpo come una scintilla.
A quel punto ha spento tutto, era iniziato il suo show sui pedali. La discesa a fuoco, cinquanta-sessanta-settanta all’ora. Lägenfeld, e poi Ötz e quindi a tutta su verso il Kühtai, dove mi ha passato a velocità doppia. Il cappellino giallo banana del “Makako Team” (la sua squadra) svolazzante sotto il casco e il sorriso di un bimbo di dieci anni. Quello, che molto probabilmente, A diventa in queste occasioni, oltre che un toro. Cavalese e Sölden come luoghi dell’anima, del rinsavimento psichico ed emotivo, del riscatto, patrie adottive dove sublimare le angosce, i mali esistenziali e in ultima analisi l’alcol, in forze necessarie per sopravvivere. Resistere, tirare avanti, conservarsi. Ancora lui, l’uomo di Similaun. Ancora lei, la fottuta Gara.
Mentre passo un drappello di passistoni sulle prime rampe del Brennero, penso a quando stasera berremo insieme. Un altro, provvidenziale, “giro”. Poi lui berrà ancora, e poi ancora, e poi ancora come non esistesse alcun bicchiere della staffa. Nulla e nessuno, lo so bene, potrà trattenerlo dal farlo: appena gli volterai le spalle, ti distrarrai, oppure quando verrai richiamato da una chiacchiera troppo veloce di un amico finisher come voi, lui sarà più lesto di te: avrà già agguantato un altro bicchiere. E poi un altro e un altro ancora. Non potremo fare a meno, io e tantomeno Max, di stupirci della quantità di liquido che quel corpo prodigiosamente atletico è in grado di contenere. Qualcosa che va bene al di là anche delle leggi della fiscia biologica. Ma A ci riuscirà e ci persuaderà il giorno dopo, che in fondo, quella della sera è solo e semplicemente stata una bevuta come un l’altra tra amici intimi. Che poi, la vita, e l’Ötztaler, la Marcialonga, Cavalese e Sölden, vanno avanti lo stesso, per i fatti loro. Come rituali catartici e purificatori.
Nel frattempo, intanto alla salute, la serata è di là da venire, il Brennero è lungo 37 km e io ne ho percorsi, sinora, solo due… (CONTINUA)

“La Gara” è una web-novel a puntate che pubblico online bisettimanalmente, se ti è piaciuta questa, qui trovi tutte le precedenti:

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