Il Tour riposa, il Giro no.

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Nome in codice: Commissario. 
Fa un caldo tale che ho pensato di raccontarvi una storia di freddo. Ma di freddo siberiano. Chissà che non vi allieti la canicola mentre lavorate.
State a sentire. Siamo nel giugno del 1988, e da Ponte di Legno (Val Camonica) si alza un’aria tutt’altro che familiare, da irti colli e da dolcevita di lana, tanto di moda negli anni Ottanta. Dolcevita che i ciclisti sono lontani mille miglia dall’avere: braghe corte e maniche di camicia, qualcuno nemmeno la mantellina “che farà bello, state tranquilli” gli han detto all’hotel a colazione. In pochi hanno capito o sanno quello che li attende.
Uno di questi è sicuramente un gregario di belle speranze dell’Ariostea, 24 anni e tanti sogni e timori per la testa. Origini comasche, mille domande sempre da fare a tutti, compagni e avversari. Per questo hanno preso a chiamarlo “Il commissario”.

Storia di una notte di mezz’inverno.
Sul Gavia nulla fila mai liscio, quasi che su quella montagna incombesse una maledizione. È un passo alto più di 2500 metri, certo, gemello quindi dello Stelvio, sempre lì vicino. Però, quando sullo Stelvio non ci sono che poche chiazze bianche, qui, invece è tutto inspiegabilmente pieno di neve.
Sulla sua vetta pare si generi una strana confluenza di venti. Una sorta di congiunzione astrale del meteo. Il Gavia è un luogo inospitale, crudo, avvezzo alle tempeste. Non per niente è una delle pochissime zone in Europa dove è ancora possibile trovare tratti climatici tipici della Tundra artica, ovvero dell’ultima glaciazione. Si batte i denti solo a pensarci. Del resto, il fascino di questo passo, quello che contagiò Torriani nel 1960, è tutto qui. L’anno dopo, gli organizzatori saranno costretti a cancellarlo dal Giro. Motivo? Bufera di neve, ça va sans dire. Il piccolo rifugio “Bonetta” posto in prossimità dello scollinamento ha le persiane rosse, quasi sempre aperte; sembra l’unico segno di civiltà in questo mare per il resto lunare. Sul Gavia si può salire ma poi è difficile scendere davvero, perché ti cattura, sembra volerti trattenere con sé. Una volta scalato, non te lo dimenticherai mai più.
Ai suoi 2.621 metri di quota si può accedere da due versanti: da Ponte di Legno, in Valcamonica, oppure da Santa Caterina in Valfurva, qualche chilometro dopo Bormio. Il versante più famoso per il Giro d’Italia, quello scoperto da Torriani nel ‘60, è sicuramente il primo. Una strada rimasta sterrata per lunghi tratti, fino agli anni Novanta. Carreggiata stretta, senza protezione a valle, decisamente vietata a chi soffre di vertigini. Il primo tratto è nel bosco, tra pini, larici, e rododendri; la seconda parte, superata la quota fatidica dei 2000 metri, è scoperta e senza vegetazione: è la più affascinante. Proprio qui, in prossimità di un tornante, dove oggi c’è una galleria, nel 1954 il burrone inghiottì un camion carico di alpini.
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5 giugno 1988, la statua di ghiaccio è Adrew Hampsten, ciclista statunitense della “Seven Eleven”. Arranca in bici nella tormenta, mentre sale da Ponte di Legno. Sta pedalando con indosso soltanto magliettina, manicotti e pantaloncini. È ormai a due chilometri dal passo, e non ne vuole sapere di fermarsi. Gli occhiali, dalle lenti gialle, sono così imbiancati e grossi che sembrano più quelli di Gustav Thoeni o Alberto Tomba che di un ciclista. Eppure Andrew sale regolare. Davanti a lui, in testa, c’è soltanto un olandese, van der Velde, oggi è in cerca di punti per la maglia ciclamino – quella che indossa chi si aggiudica i migliori piazzamenti finali e nei cosidetti traguardi volanti – e vorrebbe la vittoria di tappa. Franco Chioccioli, invece, detto anche “Coppino” per la sua evidente ed incredibile somiglianza con il “Campionissimo”, è al momento in maglia rosa, ma durerà? Pedala in preda a una crisi di freddo, è già attardato dal gruppo dei migliori. La strada è diventata di un color marrone scuro che mette timore, una sorta di poltiglia melmosa e viscidissima. Se va avanti di questo passo, Chioccioli quella maglia la perde di sicuro.
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Marco Saligari ha 23 anni e corre per la “Ariostea”. Non è uno dei ciclisti in lotta per la classifica generale oggi, è soltanto al suo secondo anno da professionista e deve ancora affermarsi; tutti lo chiamano “Il commissario”, per via di quel suo strano indagare, fare mille domande su ogni cosa: oggi quanto è lunga? Dove si arriva? Che rapporti mi conviene montare?  Pedala con una dignità e un’umiltà che in pochi alla sua età hanno. Le gambe le ha ghiacciate anche lui come tutti, ma sa che se si ferma è perduto. La forza del neofita. Pochi chilometri prima del passo, ha cercato riparo in una piccola baita, ma era stipata di ciclisti fino al tetto. “Non ci sta più nessuno!” gli avevano risposto a brutto muso da dentro, mentre faticava ad aprire la porta.
Marco è rimontato allora in bici, del resto al passo mancava poco, alla peggio – si era detto – avrebbe fatto capolino nel rifugio Bonetta, sempre accogliente con tutti i ciclisti.
Adesso però scorge qualcosa in mezzo alla neve: del fumo che si solleva. È il tubo di scappamento di un camioncino, fermo sul ciglio della strada. Il pulmino è verde pisello e sulla fiancata c’è una scritta bianca con un pallino rosso nel mezzo: “Seven Up”, una squadra che Marco conosce bene, sponsorizzata dalla nota gazzosa americana che spopola anche in Italia. Il commissario decide di fermarsi e chiedere ospitalità, stavolta gli viene concessa: a bordo sono già in 6 però, seduti uno sopra l’altro, uno è adagiato persino al posto di guida. Trema come una foglia, è l’olandese van der Velde, il primo a scollinare il Gavia oggi. Ora non ce la fa più: dice che non sente più le mani, che le braccia e i piedi gli sono diventati di marmo, non ne vuole sapere di scendere. Marco capisce in fretta che nemmeno lì potrà stare, cerca allora di immagazzinare più calore che può dal quel rifugio di fortuna e riparte, con le sue gambe. Questa discesa la dovrà fare da solo, in bici. Sarà la più lunga della sua vita. Al diavolo la Seven Up.
Appena riparte, si accorge però che le ruote della sua specialissima sono diventate ingovernabili. Avanza derapando paurosamente nella neve, il tubolare posteriore sembra un cavallo imbizzarrito, deve togliere i piedi dalle gabbiette e puntarli a terra per mantenersi in equilibrio e non finire dritto nel crepaccio. Ironia della sorte, presto viene superato dal pulmino verde. Per un attimo, Saligari pensa che avrebbe fatto meglio a restarci su, vorrebbe fermarlo, ma ormai è tardi.
Oltretutto, deve anche cercare di mangiare qualcosa, non lo fa da ore: e con il freddo, le calorie evaporano in un amen.
Si ricorda di aver messo scrupolosamente, da buon “commissario”, una banana nella tasca posteriore della maglia. L’ha avvolta nella stagnola a colazione in hotel, era rimasto indeciso fino all’ultimo se portarla o meno, poi una strana pruderie l’aveva fatto propendere per la prima ipotesi. Ora quella banana è la sua unica salvezza. Infila come può la mano nella tasca, armeggia nella lana ghiacciata dell’indumento, fatica ad aprire e chiudere le dita congelate.  Alla fine in qualche modo riesce ad afferrare il frutto e con i denti a strappare la stagnola . Resta ora l’operazione più complicata però: togliere la buccia. Impensabile. Con le mani in quelle condizioni, non ce la può fare. La decisione è presto presa quindi: banana in bocca, con tanto di buccia. Alla faccia del bon ton (…)

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