Maestà

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Chiedimi chi era lo Stelvio.

Certo ora che persino l’Alfa Romeo gli ha dedicato un’auto, tutti lo sanno cosa è “Lo Stelvio”. Una montagna incantata, con tutti i crismi per fare la storia e incutere timore. Una sorta di cattedrale pagana avvolta tra le nuvole dell’Ortles e i ghiacciai del Cevedale. Un sogno impossibile da realizzare, una carrozzabile che doveva condurre dall’Austria direttamente all’Italia. Da Vienna giù fino a Milano. Via filati, per direttissima. Ma prima, prima chi lo conosceva, lo Stelvio?
A costruirla, quella strada, per volere dell’Imperatore Francesco I, fu un ingegnere italiano, il più bravo in circolazione. Gli austriaci volevano solo i migliori, del resto. Si chiamava Carlo, Carlo Donegani. E mai si era vista una strada più incredibile e affascinante di quella, capace di sfidare le rogne della forza di gravità e le esigenze geologiche di una montagna che non ne voleva sapere di farsi da parte per far salire l’uomo. Ne nacque una cattedrale gotica in mezzo al ghiaccio. Un tempio incastonato tra nuvole e polvere di stelle, lassù tra l’Ortles e il Cevedale. Dove l’uomo no, non era previsto che andasse a inerpicarsi.
Domani al Giro d’Italia, lo sapete tutti, è previsto lo Stelvio. E tutti se la stanno già facendo un po’ sotto.
Dici Stelvio ed è come se ci fosse un ospite d’onore, bello ma scomodo. Qualcuno da cui guardarsi le spalle e soprattutto qualcuno (o qualcosa) con cui sapersi comportare nel modo giusto. Se vuoi scalare lo Stelvio (e domani i concorrenti del Giro d’Italia lo dovranno fare per ben 2 volte) devi adottare un codice di comportamento preciso. Una sorta di galateo degli scalatori, cui attenersi scrupolosamente. Vietato andare fuori strada.
Puoi mica arrivare impreparato sullo Stelvio, che diamine. Puoi mica farti trovare scombinato o giù di forma. Tutti avvisati.
Ci sarà il sole, assicurano gli organizzatori. Ci saranno anche due muri di neve spessi come quelli di un castello e due ali di folla alti come le piramidi. È il Giro, bellezza.
Ci sarà la luce negli occhi, il cuore in gola, e il sangue – possibilmente freddo – nelle vene. Qualcosa che Fausto Coppi  e Bernard Hinault (due storici vincitori qui) conoscevano bene.
Signore e signori, direttamente da “Storia e geografia del Giro d’Italia” ecco a voi uno dei miei capitoli più cari. “Lo Stelvio”. Andiamo a prenderlo da Prato, laddove i ciclisti domani scenderanno. Rock n’roll.

Storia di 2758 metri sul livello del mare.
Come diavolo faranno a passare di qui i mezzi della pubblicità? Fallo salire tu il furgone della carne in scatola “Simmenthal” per questi 48 tornanti, con quel suo enorme barattolo, da cui fuoriesce addirittura una grossa mucca di plastica che pigia forsennata sulla motrice. Brucerà la frizione come minimo. E che dire dell’auto dell’amaro “Cora” che pare quasi una lettiga così conciata? Con 3 bottiglie giganti – tre non una, e per fortuna non di vetro – sopra il tetto. Si ribalterà in curva, è matematico.  E vogliamo parlare dei dentifrici? La “Binaca” sfoggia lunghe auto a forma di tubetto, la Durban’s – “il dentifricio del dentista” – ha uno spazzolino di 3 metri per 2 sulla capote, e la Chlorodont? Due tubetti, razzi capaci di imprimere doppia velocità al veicolo. Sul cofano un sorriso smagliante – di donna ovviamente – a 32 denti. Tutti questi mezzi stravaganti come faranno a salire sul passo dello Stelvio, a 2.758 metri sul livello del mare, tra Trentino Alto Adige e Lombardia?(…)
La prima parte della strada che sale da Prato è chiusa in un fitto bosco, tra pini, cascatelle incantate e legna accatastata, e non lascia presagire nulla di quello che aspetta i ciclisti. A farle compagnia c’è solo il lento scrosciare – ora ovattato, ora assordante – del rio Solda. Il fiume che nasce proprio da qui, dal massiccio dell’Ortles, la montagna più alta dell’intera catena delle Alpi Retiche Meridionali. In passato, prima che l’Alto Adige venisse annesso all’Italia, era la cima più alta dell’impero Austro-ungarico. guardarlo l’Ortles, così imbacuccato di ghiaccio e neve anche d’estate. Prima che lo misurassero per bene – è alto “soltanto” 3.905 metri – veniva considerato la terza cima dell’intero arco alpino.
Un ammasso di roccia e ghiaccio che guarda il passo dello Stelvio dall’alto in basso con severità, quasi fosse suo figlio. Un padre buono solo quando vuole lui, mentre durante il resto del tempo è sempre esigente, rigido, inflessibile. Se il valico si comporta male, ecco che l’Ortles, magari con l’aiuto del vicino Cevedale, non esita a rimproverarlo mandandogli improvvise nevicate fuori stagione. Autentiche buriane di quelle da chiudersi in baita e non uscirne manco per fumare una sigaretta. Magari con la partecipazione straordinaria di vento – ovviamente gelido – nebbia e temperature polari. Un disastro questo Stelvio. C’era proprio bisogno di inserirlo nel Giro d’Italia?
La strada che passa di qua la volle, verso la metà dell’Ottocento, l’imperatore Francesco I d’Austria. Quel testone si era messo in mente di aver bisogno di una direttissima che collegasse Vienna con Milano, l’Austria con l’Italia, senza passare dal via. Gli serviva – diceva – per sbrigare i suoi affari e quelli del suo impero. Una sorta di ante litteram.  Così Francesco incaricò il massimo esperto dell’epoca in costruzioni stradali faraoniche. E cioè l’ingegnere italiano Carlo Donegani, magmatico artefice di strade d’alta montagna, il quale non si fece pregare due volte, certo del successo della sua nuova opera.
Ne venne fuori uno dei capolavori più belli e imponenti dell’intera ingegneria stradale italiana. 48 tornanti di passione, uno sopra l’altro. Una gragnuola di curve a gomito da mettere i brividi avevano costretto la montagna, recalcitrante per sua natura – e come poteva essere altrimenti trattandosi dell’Ortles? – a farsi da parte. Per riuscirci, Donegani aveva dovuto ricorrere a imponenti muri di contenimento, quasi sculture marmoree capaci di tenere a bada terra, sassi e rocce, soggetti a continue frane.
Se guardate oggi lo Stelvio dal basso verso l’alto, appena imboccata la valle di Trafoi, ma anche dall’alto verso il basso, dalla cima innevata alla valle erbosa sottostante, non potrete fare a meno di applaudire Donegani. Una scalinata di tornanti che fa girare la testa. Uno zig-zag che sembra quasi un dipinto di Jackson Pollock. Bitume su tela.
Una scultura monumentale, quasi un mausoleo del dislivello o una cattedrale della viabilità.
Certo, la natura ne è uscita sconfitta. Artificiosamente modificata, compressa e schiacciata indietro, per far posto a quella pazza carreggiata in salita, la più bella che si potesse immaginare. Ma che diamine, ne valeva la pena! La Strada Statale numero 38 del Passo dello Stelvio è un capolavoro al pari delle Piramidi e dell’Empire State Building.
(da “Storia e geografia del Giro d’Italia” – Utet 2017)

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Photo credits: Jens Herndorff (Unsplash)