Gargnano express.

Ricetta del giorno: limone, ulivi e rocce trentine. In salsa di dislivello.

Splendida, meravigliosa uscita nelle terre che amo. L’alto Garda bresciano. Laddove la Lombardia depone verso il Trentino. Tra una manciata di ulivi e limoni, che par d’essere in Campania e massi di rocce acuminate, rotolate nel lago, spinte a valle da un gigante, che par d’essere in Austria-Ungheria. Una terra sospesa tra l’Italia mediterranea e un altrove – il mio preferito – altoatesino. C’è di mezzo tanto di me e del mio modo di vedere e pensare la bicicletta qui.
È il mio angolo proustiano, i tornanti che mi portan su verso la Valvestino mi fan pensare ogni volta alla mia infanzia.
Le lunghe estati afose, mollato ai nonni, mentre i genitori si dedicavano alla miniera milanese che portava (allora ancora sì) il pane.
Io mi inerpicavo, seduto sul sedile posteriore di una vecchia Ritmo color oro guidata dal nonno Mario, lungo la statale che da Gargnano sale a Navazzo e poi via, a suon di curve e controcurve verso la diga di Valvestino. Il mio stomaco veniva messo duramente alla prova. Alla fine, il tanto agognato lago artificiale, che dalla diga prende corpo fino alle pendici di Capovalle, non me lo godevo mai. Sempre in preda ai conati.
Mi ci voleva tutto il viaggio di ritorno per riprendermi.
Eppure ci volevo sempre tornare, richiamato da qualcosa, posseduto da un canto di sirene. Chissà quale.
Forse sapevo già che un giorno quella strada mi avrebbe attratto a sé con un’altra calamita. Chiamata Cinelli Best of.
Questa strada è magica, dovete sapere.
Fate i primi 8 km di salita pedalabile e giungete a un pungo di case dai comignoli fumanti e dai cartelli perenni “Oggi spiedo con polenta”, che si chiama Navazzo. A circa 500 m. sul livello del mare. E dei sogni. Siete qui alle porte della valla incantata più incantata che io conosca. la Valvestino.
Lasciato alle spalle Navazzo, ci si incunea dunque tra costoni di roccia e ombra perenne (il sole qui non batte che per una mezzora al dì) lungo una carreggiata stretta e tortuosa che le prime volte mette timore al viaggiatore. Nella Valvestino i telefonini non prendono, le case sono assenti, le auto se ne passa una ci si volta a guardarla. Sono 10 km di valle non di più, ma tutti così. Immersi nel silenzio e nel verde selvaggio. La Valvestino è infatti un’area wilderness. Non atropizzata. Divieto assoluto di caccia, di costruzione, di civiltà. Thoreau ci avrebbe messo radici.
Un ponte sospeso sul lago artificiale, oggi sempre più basso, prosciugato da siccità e bacini d’acqua limitrofi immensamente più ingordi. Ubi major.
Ma andiamo con ordine.
La mia uscita, prima di questo luogo non-luogo, mi ha visto fare razzie anche lungo le colline moreniche della Val Tenesi, tra Salò, Desenzano e Puegnago. A mo’ di “riscaldamento”. Nell’interno, defilato rispetto al lago. Lunghi “mangia e bevi” perfetti per allenare la gamba in questa stagione. E la gamba risponde bene: le prime 2 ore le faccio a quasi 28/h di media, con 400 m. di dislivello. Da solo, in questo periodo di ripresa, non è esattamente paglia. Mi sento bene, la gamba gira, tra paesini mai visti e stradine nei boschi, riagguanto il Garda all’altezza di Manerba e poi proseguo dritto, lungo la litoranea fino a Salò, dunque in serie: Gardone, Barbarano, Maderno, Bogliaco e indi Gargnano. Là, dove il Garda s’incunea e si fa più stretto. A soli 20 km da qui, siamo in provincia di Trento. E lì, come detto, salgo. Finalmente, dopo l’inverno letargico e ghiacciato, riassaporo l’agognato, e meritato, dislivello. Quella droga tutta particolare che a noi ci fa girar la testa come fossero le tette di una donna felliniana: non si finirebbe mai di abboffarcisi.
Fa caldo, indosso un magnifico 3/4 Sporful in onore di colei la quale mi mette spavento al solo udirne il nome. E, soprattutto, m’attende tra meno di 4 mesi.
Ho in guanti, ma presto potrei metterli nella tasca posteriore. Superflui.
Finalmente si riassapora, per gradi, quel piacere clitorideo che è l’andar in bicicletta in primavera.
E primavera ancora non è.
Non ci si illuda, ma intanto, vivvaddio, ci si goda, è obbligatorio, questa giornata uscita da un libro di fiabe per bambini.
La salita, mi fa annusare la fatica che avevo dimenticato e di cui avevo bisogno.
Mi guardo attorno, scorgo i luoghi a me cari da sempre: qui ci sono sempre stato. Questo posto dà senso di continuità alla mia disordinata personalità. È una cura in grado di lenire ogni fonte d’ansia o preoccupazione. È come eroina che annulla le nubi e riporta il sereno.
Allo scollinamento di Navazzo, ne ho già 70, ma ho voglia di assaggiare la Valvestino, almeno un tratto. E lo faccio come la cosa più naturale che possa fare.
Voltata la porta della civiltà, mi tuffo into the wild, e respiro a pieni polmoni quest’aria magica.
Subito la temperatura scende e al mio fianco torna a far capolino il ghiaccio, dimenticato qui come piccole chiazze di gelato sul bavaglino di un bimbo.
Ci sono diverse colate d’acqua, che s’era sciolta, giusto in tempo per ghiacciarsi e imbalsamarsi nuovamente. Come Han Solo nella grafite.
L’asfalto è umido, procedo con cautela, e agguanto la diga. Mi fermo ad ascoltare il silenzio di questo posto, che sento come una parte del mio animo.
Aggancio i keo e torno indietro. Rapido e garrulo come un bimbo.
Ho fatto festa. Ora posso tornare a casa.

Per i più curiosi, tornano, a grande richiesta i dati Garmin