Badlands

Strade sconsigliate
Ci sono salite in cui non è fondamentale lo scenario. Ce ne sono altre in cui diventa l’essenza, o, quantomeno, parte integrante e imprescindibile di esse.
Una di queste è sicuramente il Colle delle Finestre. Ci sono stato a fine agosto di un’estate in cui ho pedalato all’infinito. Decisamente più del solito, soprattutto in salita. E ho ulteriormente rafforzato questa mia convinzione sull’importanza dei luoghi, dei palcoscenici, delle ambientazioni. Come in un libro o in un’opera teatrale, anche il ciclismo va in scena. E come in ogni opera drammatica, prima di tutto, è importante avere ben chiaro dove, come e quando si svolgono le azioni.
Chi sceglie le tappe per il Giro, chi disegna i percorsi, deve essere un po’ anche scenografo. Deve immaginarseli lì, i ciclisti. In quel punto preciso, lungo quegli scorci, in mezzo a quei muri naturali di folla (e chissà se e quando li rivedremo). Come cavalieri nella foresta o astronauti sulla luna, deve progettarli come se fossero semplici comparse, ospiti del luogo. E avere sempre come primo fine il quadro generale. Che è proprio un quadro, un dipinto.
Chi “disegna” il percorso di un grande giro, appunto, lo disegna. Nel senso letterale del termine. Lo deve pensare visivamente, prima in bianco e nero e quindi colorarlo. Ho scritto un libro – “Storia e geografia del Giro d’Italia” – partendo proprio da questa riflessione. Lo riscrivessi oggi lo chiamerei “Storia e scenografia del Giro d’Italia”.
Numerosi i racconti di direttori di corsa che hanno fatto sopralluoghi nei mesi invernali spesso avventurosi. Storie di neve, fango, strade che si interrompono, ruote che slittano e poi si impantanano definitivamente. E il tutto per colpa di qualcuno che si invaghisce di vecchie strade nascoste, ascoltando la sua curiosità traditrice. A tal punto da far diventare matti tutti pur di inserire quella rotta nel tracciato di un grand tour. Senza queste brillanti menti visionarie, però, non avremmo mai avuto il Gavia: portatemi quella mulattiera laggiù, tuonò Vincenzo Torriani dall’alto del suo aereo in volo sopra Val Camonica e Valtellina. A Carmine Castellano, in avanscoperta sull’Etna, parve di vedere un Venotux tutto italiano in mezzo al mare. Ma l’idea più pazza forse di tutte gli venne quando, da Susa, in Piemonte, si intestardì non poco a voler salire lungo una strada che tutti gli sconsigliavano a gran voce. Lasci stare, non arriva da nessuna parte, diventa sterrata e figuriamoci in inverno, chi vuole che la liberi dalla neve? È soltanto una vecchia tradotta militare. Conduceva ai piedi di un forte, sa, questa è una zona di confine, le postazioni fortificate nell’Ottocento erano un dovere. Ma si goda il suo Stelvio, al massimo il Mortirolo. Lasci perdere quella stradaccia.

19 Chilometri
Tanti ne misura il Colle delle Finestre da Meana di Susa. Forse qualcosa di meno. I primi 11 sono tutti asfaltati e ben tenuti, immersi in un bosco fittissimo che fa quasi da galleria naturale. Gli ultimi 8, invece, sono interamente sterrati e in questo periodo (ultimo passaggio del Giro nel 2018, grande impresa di Chris Froome) piuttosto malridotti. Quasi si volesse ingannare chi sale facendogli sembrare tutto semplice, per poi tendergli l’agguato sul più bello, quando è già stanco. Dislivello totale della salita: 1700 metri circa. Pendenza media attorno al 9%. Unico vantaggio: l’andamento abbastanza regolare. Non ci sono grossi strappi. Sì è quasi sempre tra il 9 e l’11%.
Io e Filippo decidiamo di affrontare il Finestre un giovedì, evitando così accuratamente il weekend. Cosa che qualunque ciclista, qualora ne abbia la possibilità, sceglie sempre di fare in estate. Sui passi alpini c’è meno traffico, ci si godono di più i panorami, le strade sono più vuote e percorribili. Già, ma il Colle delle Finestre non è un passo “normale”, come gli altri. Cambia poco affrontarlo in settimana o di domenica. In pochi vengono quassù. Ci vuole una certa dose di avventatezza, e voglia di avere il culo che sobbalza per diversi minuti su sassi, radici e buche. Questo vale già per gli automobilisti e i motociclisti, figuriamoci per i ciclisti.
E, infatti, se nel primo tratto non incontriamo nessuno, nel secondo – quello sterrato – vediamo scendere alcuni bikers, in sella ad ammortizzate MTB. Ci guardano perplessi, qualcuno ci dice: “ma siete sicuri di voler salire con quelle?” indicando le nostre bici da corsa. Una strana noncuranza o incoscienza ci rende però impermeabili a quei consigli: siamo venuti fin qui e ora saliamo.

Tutto sbagliato
Il Colle delle Finestre è una meravigliosa anomalia tra Alpi Graie e Alpi Cozie. A due passi da Torino e non lontano dal confine francese: il Monginevro, per intenderci, è sull’altro versante della valle che stiamo risalendo. Questo valico mette in comunicazione la Val di Susa (da dove, appunto, siamo partiti) e la val Chisone (rientreremo scalando il vicino Sestriere). Ma è come se le salite fossero due: l’asfaltata e la sterrata. Non hanno nulla in comune: a cominciare dal paesaggio. Se fino al chilometro 10 si è immersi nel verde e non si vede il cielo, da lì in avanti tutto si apre clamorosamente. Si sale scoperti, e stavolta senza alcuna possibilità di ombreggiatura, fino alla cima. La val di Susa si apre come una conchiglia alle nostre spalle, mano a mano che affrontiamo i tornanti, prendendoli larghi per evitare i sassi più grossi e le buche. Già, i tornanti: sono la parte che ho trovato più difficile di tutto lo sterrato. Non sono facili da interpretare, tocca evitare di fare le curve quadrate e girare morbidamente, mantenendo la pedalata il più uniforme possibile e mai a scatti. Ma non è semplice come dirlo: in alcuni tratti i sassi sono talmente tanti e la sabbia talmente alta, che la ruota posteriore affonda e slitta. La tentazione di mettere il piede a terra è innegabile, diverse le volte che mi vedo già a pelle di leopardo disteso a rotolarmi nella polvere. Ma poi mi ritrovo sempre sorprendentemente in piedi. Altra caratteristica della seconda parte del Finestre è che va affrontata da seduti, accovacciati sulla sella il più possibile. Non è esattamente il tipo di salita che si addice agli scalatori puri. Ci vogliono ciclisti tozzi e robusti che sappiano incollarsi al terreno. Io faccio 55 chili scarsi e tendo a pedalare in agilità alzandomi spesso sui pedali, soprattutto sulle pendenze più arcigne. Tutto sbagliato. Qui sono un eschimese nel deserto.
Appena provo ad alzarmi, un sassetto, una buca, la ruota che gira a vuoto mi avvisano che non è cosa.

Muffe e tornanti
A 4 chilometri dalla vetta c’è una malga. Due cani, un trattore, un crocifisso ligneo e una vecchia roulotte abbandonata. Entriamo: forme di formaggio tonde disposte come libri su scaffali di legno, un vaso di basilico fresco in mezzo alla stanza, mentre appoggiati alle pareti giacciono gli attrezzi del casaro. È un formaggio erborinato quello che si produce qui: una tecnica tipica che consente lo sviluppo di muffe sulla pasta.
A chi vendano questa meraviglia è difficile capirlo, considerando lo scarso flusso “umano” da queste parti, forse ai ristoratori in valle. Certo deve essere squisito. Il cane ci abbaia, ci annusa e poi si rassegna alla nostra presenza. Un gruppo di bikers stanno scendendo, hanno appena percorso la impegnativa e tortuosa strada dell’Assietta. La più lunga via militare ad quota (quasi interamente sopra i 2000 metri) delle Alpi. Un sistema di fortificazioni e postazioni, disseminate nel cuore delle montagne come canditi nel panettone. Scendono felici come bimbi, certi di aver visto cose preziose e bellissime. Ci dicono che mancano solo 4 chilometri al Colle delle Finestre. Riprendiamo l’ascesa, a testa bassa e con la bici che torna a sgranocchiare sassi e pietre appuntite. Gli ultimi tornanti, complice l’assenza di manutenzione (maglio affrontare questa salita quando ci è appena passato il Giro e le buche sono state appianate) sono ai limiti dell’impraticabilità con bici da corsa. Allargo troppo la curva e mi ritrovo su un fondo fortemente dissestato, e proprio mentre mi preparo a cadere, rimango di nuovo in piedi, questione di istinto. La cosa mi regala – lo ammetto – una certa soddisfazione: ultimi duecento metri, vista mozzafiato, e Finestre conquistato.

Una salita mentale
C’è aria sottile qua in cima, mi guardo attorno: finalmente l’asfalto. So che andremo giù sparati, vedo le curve esposte nei primi chilometri verso Pragelato, da prendere con le pinze, ma anche – vivaddio – da godere. La sensazione che comunica una vetta alpina è ogni volta speciale, unica. È solo e soltanto “quella lì”, inconfondibile e profonda.
È una sorta di rilassamento generale, distensione dei muscoli, fisici e mentali, dopo aver tanto patito, e persino, a volte, temuto di non farcela. Qui, a 2178 metri di altezza, la avverto più forte e chiara che mai. Una consapevolezza limpida: sì, ne valeva la pena. Sì, ecco la ragione, il motivo, per cui si sceglie di salire, non ci sono scorciatoie. Una gioia speciale, una semplificazione finale di ciò che fino a pochi istanti prima era tremendamente complicato: lo sterrato, la concentrazione massima per evitare buche, radici sporgenti, sassi appuntiti. È come il sole dopo un temporale o lo schiarirsi di una prospettiva prima incerta. Sì, era giusto perseverare.
Eppure il Finestre regala anche un’altra particolare sensazione. Senza il suo sterrato, senza il suo essere così perfido e severo, ci avrebbe fatto soffrire di più. Sembra un paradosso ma non lo è: la concentrazione massima per mantenere l’equilibrio ci ha distolti dalla fatica fisica delle gambe e dei polmoni. Si trova un perché nel salire, con calma, e si dimenticano le pendenze. Individui un ritmo e lo mantieni fino alla vetta. Se riguardo la traccia del Garmin, vedo che in diversi punti negli ultimi 8 chilometri ho superato abbondantemente il 10% di pendenza, eppure non ricordo per nulla di aver sofferto. Il ricordo è tutto sulla concentrazione. Una salita mentale, uno sforzo visivo, il Colle delle Finestre.

Italia – Olanda: 1 – 0
Guardo fisso verso l’alto. Le poche nuvole corrono candide, il sole è tiepido, non c’è afa, il cielo è azzurro carta da zucchero. Ripenso al ragazzo olandese incontrato poco fa, sui ripidi tornanti finali, appena dopo la malga. È stato l’unico, oltre a noi due, in bici da corsa. L’abbiamo superato agevolmente, aveva le borse lui, e poco dopo ho sentito un colpo secco, simile a quello di una schioppettata, che risuonava nella valla. Quello che nessun ciclista vorrebbe ascoltare.
Camera d’aria esplosa, copertone da buttare, inconvenienti che capitano.
A lui è capitato a noi no. Su questa salita credo sia molto e soprattutto una questione di fortuna: saper guidare la bici certo aiuta, chi viene dall’offroad si riconosce subito, ma è anche una faccenda di fondoschiena.
Il ragazzo sta attraversando le Alpi Occidentali. È partito da le-Bourg-dOisans l’altro giorno. Oggi, dopo il Colle delle Finestre ha in programma Sestriere – come noi – e Monginevro. Si fermerà per la notte a Briançon, ai piedi del Lautaret .
Arriva in vetta dieci minuti abbondanti dopo di noi. Non si è perso d’animo, sorride nella sua barba rossa. Ha montato un vecchio copertone di riserva da 23 mm che si era portato dietro da casa per emergenza. È liso: si intravede la tela, mi viene male per lui solo a guardarlo, ma non ha scelta. Ci facciamo una foto assieme, poi ognuno di noi proseguirà per la sua strada. La discesa è impegnativa, carreggiata stretta e molto esposta nei primissimi chilometri, poi si apre. Poco più in basso incrociamo la deviazione per la strada dell’Assietta. Una cresta, come un segno nel burro, che si inerpica temeraria sulla montagna tagliandola in due. Qualcosa a metà strada tra alpinismo e ciclismo. Verrebbe voglia di prenderla in quatto e quattr’otto. Poi però ci ricordiamo che abbiamo la bici da corsa e che, dopo tutto, siamo già stati graziati dallo sterrato del Finestre. Proseguiamo in picchiata fino a Pragelato, dove riempiamo le borracce ci incamminiamo verso il più anonimo Sestriere.

Gli indiani
Tre anni fa, mentre scrivevo il capitolo finale di Storia e geografia del Giro d’Italia, quello appunto sul Colle delle Finestre, questa salita non la avevo ancora percorsa. Era forse l’unico luogo, tra i 20 narrati in quel libro, che non avevo mai visto di persona. Facendo però ricerca me ne ero innamorato subito. Poi avevo continuato a immaginarmelo. Nulla però di ciò che si fissa nella mente senza esserci stati è vero. Sfugge sempre qualcosa, come la realtà dalla logica matematica che pretende di misurarla astrattamente. E ora, mentre scorro quelle pagine, in cui racconto il passaggio del Giro sul Finestre durante una tappa nel 2015, mi accorgo che invece calzano a pennello, quasi profeticamente con ciò che avrei visto poi:


“Gli indiani scendono a piedi piano piano, attenti a non cascare l’uno sull’altro lungo il dirupo scosceso e chiazzato di neve. Guadagnano il tornante più in basso e poi si fermano un istante. Si guadano negli occhi, stravolti ma felici, certi dello spettacolo che hanno appena visto. Qualcuno addirittura era salito in bicicletta al mattino presto, e ora – se n’era quasi dimenticato – gli tocca scendere, possibilmente in fretta, prima che faccia buio. Quei tre laggiù, per esempio. Prima che chiudessero la strada che sale da Maena di Susa, avevano affrontato, uno ad uno, in compagnia, tutti i 45 tornanti. Soffrendo e imprecando, ma, vivaddio, con infinita gioia. Lungo lo sterrato avevano trattenuto il fiato, per la fatica ma anche un po’ per la bellezza. Colpa dello “sturm und drang” del luogo. Magari qualcuno aveva anche azzardato una piccola discussione sui rapporti da usare in gara: che cosa avrebbe dovuto montare Contador? E Aru?
Gli altri erano stati cautamente zitti, risparmiando il fiato per lo sprint degli ultimi trecento metri. Quelli in cui avrebbero improvvisato, come sempre, una piccola volata tra amici.  
Molti invece sono partiti più saggiamente da Torino, salendo dall’altro versante, quello della val Chisone. Infinitamente più facile e, soprattutto – particolare non trascurabile – tutto asfaltato, dal primo all’ultimo chilometro. Una manna. Sì, qualche ramoscello e un po’ di detriti portati dalle recenti piogge li avevano incontrati, ma indubbiamente poca cosa. Salendo, prima che si rannuvolasse avevano avuto persino il tempo per scattare qualche foto, dei selfie con sullo sfondo le creste di confine. Che spettacolo.
Là, poco più in basso, il Forte di Fenestrelle li aveva attesi invano. Acquattato, come al solito, sotto un costone di roccia, avvolto da mille pensieri di guerra e prigionia. Peccato davvero non averci fatto almeno un salto, non essersi fermati a vedere quell’incredibile cortina bastionata, quella scalinata di 4.000 gradini, quella muraglia cinese capace di sfidare le leggi di gravità e spaventare il nemico. Sarà per la prossima volta. Tanto ormai – lo sanno tutti – il Giro è innamorato perso del Colle delle Finestre innamorato perso del Colle delle Finestre”. (Storia e geografia del Giro d’Italia – Utet 2017)

Foto: ciclistapericoloso