Grand Hotel Excelsior

Tutti a Casa!
Proprio così, “Tutti a casa!”, aveva tuonato Montanelli dalle colonne del Corriere della Sera. Ma che fosse una “vergogna”, di più, una “congiura”, un complotto, quella volta all’Hotel Excelsior di Ablisola, lo pensarono in molti. Praticamente tutti. Il più forte ciclista mai sceso in terra positivo all’antidoping. È Eddy Merckx, e le analisi, appena confermate dal laboratorio mobile del Giro d’Italia, sono spietate. Il “cannibale”, come era chiamato il belga per la sua insaziabile ingordigia di vittorie, aveva assunto sostanze pisco-stimolanti. O gliele avevano ficcate, di nascosto, nella borraccia? Vallo a sapere.
La tappa era semplice, Parma – Savona, lui fortissimo. Che bisogno aveva di “drogarsi”?
Ma il regolamento è inflessibile.
Il resto della Corsa Rosa, il signor Merckx se lo sarebbe guardato soltanto da casa.
Sergio Zavoli entra allora, appena la notizia si diffonde, nella camera dell’albergo dove il campione giace piangente e realizza una intervista che diventerà presto un preziosissimo documento storico. Da “Il carattere del ciclista”  ecco a voi il pianto de “L’ingordo” Eddy Merckx al Grand Hotel Excelsior.

2 giugno 1969.
Stanza numero undici dell’Hotel Excelsior di Albissola. Sei chiuso lì dentro da ore, avresti dovuto riposare e recuperar forze per la tappa del giorno successivo. Avete corso la Parma-Savona, una tappa piatta come un tavolo da biliardo, d’accordo, ma comunque la fatica si è fatta sentire.
Ti hanno appena fatto un controllo antidoping. Niente di strano, lo fanno ogni giorno, tu lo sai, non hai niente da nascondere, perché sei sempre risultato pulito, negativo.
E invece stavolta qualcosa va storto. Nel tuo sangue – ti dicono – hanno trovato tracce strane, qualcosa di brutto. Una sostanza proibita. “Fencamfamina”, dicono, uno stimolante, della famiglia delle anfetamine. Viene dall’Africa, e chissà come è arrivata fino a te. Morale della favola, sei squalificato. Il tuo Giro d’Italia, che stavi stravincendo, tanto per cambiare, finisce lì, a due passi da Savona. In una maledetta camera di un anonimo albergo. Di quelli con la doccia magari fredda, che non permettono nemmeno di ristorarsi dopo le fatiche.
“M’hanno messo qualcosa nella borraccia!”, strilli. Ma nessuno ti ascolta. Qualcuno, magari di nascosto, la può aver riempita con sostanze dopanti alla partenza, nella ressa e nella concitazione, non ci vuole niente a togliere il tappo e scioglierci dentro qualche porcheria.
Oppure, come teme il tuo direttore sportivo, ti hanno sostituito la provetta. Quello non è il tuo sangue, ma di qualcun altro. Per incastrarti, per non farti vincere. Perché un belga che vince il Giro per due anni di fila non si è mai visto.
Neanche a parlarne, arrivano i risultati delle controanalisi: sono positivi anche quelli.Scaccomatto. Il re è nudo. Sei fuori dal Giro.
Ti chiudi in camera e ti metti a piangere. A piangere come un bambino, inconsolabile e quasi irritante. A torso nudo, con indosso solo i pantaloncini da ciclista: eri pronto a ripartire, quel giorno vi aspetta la diciassettesima tappa, da Celle Ligure a Pavia. Ancora un tratto adatto ai passisti.
E invece niente, nessuna partenza. Stavolta ti tocca tornare a casa in Belgio, a mani vuote, con la rabbia che ti ribolle dentro e le lacrime che ti rigano il viso. Tu sei pulito, ne sei sicuro, e sei convinto che qui qualcuno ti ha combinato uno scherzetto. Non c’è altra spiegazione. Il destino magari. Quel dannato fattore X che non puoi controllare, che non dipende da te. Uno a zero per lui.

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