luglio
07
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Una Pax Senza Freni

138 km di ossigeno
Un giorno del 1987, un gruppo di appena 166 pionieri del pedale decide di darsi appuntamento a Pedraces, in val Badia: non lo sanno ma stanno per inaugurare quella che sarebbe diventata la più ambita grandfondo al mondo. La Maratona dles Dolomites. Da allora l’evento ha iniziato a ripetersi, con cadenza annuale, la prima domenica di luglio (talvolta, molto di rado, l’ultima di giugno). Oggi quella che era partita come una semplice zingarata di un centinaio di ciclomatori, è diventata un vero e proprio rituale pagano collettivo per 8000 persone, con accesso tramite sorteggio. Una sorta di messa laica a pedali in cui si celebrano le emozioni del pedalatore più che la competizione, la consapevolezza del valore delle bellezze naturali che ti circondano più che il cronometro e la classifica. Il proprio io interiore (da cercare lungo i 138 km del percorso lungo, i 106 del medio o i 55 del “corto”classico”), più che le proprie gambe (anche se quelle aiutano).
Si parte all’aba, 6:30 del mattino, da La Villa, a 3 km Corvara, dove invece è posto il traguardo.
Non si sente alcun rumore, solo lo scorrere delle catene delle biciclette che passano rapidamente da un pignone all’altro: di salita se ne farà tanta.
La Maratona è un evento raro, prezioso, e ogni anno lo diventa di più. Nell’era dell’overtourism – si veda ad esempio la polemica per la coda chilometrica alla funivia Seceda di Ortisei dell’annno scorso – niente è più “per pochi”, tutto è per tutti. E molto spesso nessuno ottiene niente. La Maratona, da questo punto di vista, è un ultimo baluardo da difendere.
È anzitutto silenzio, dicevamo. Finalmente, in queste valli in cui una volta c’era sempre e oggi quasi più, sentiamo il “silenzio”: Badia, Fassa, Gardena, Livinallongo, gioielli che sono sì Patrimonio UNESCO, ma che ormai costituisco un supermercato a cielo aperto dove la gente viene, “acquista” – o crede di farlo – il paesaggio e poi scappa, magari lasciando i propri rifiuti, fisici e mentali, lungo il percorso. La Maratona è un limite sacrosanto posto a tutto questo: strade chiuse al traffico fino a sera, nessuno che protesta, si procede solo in bici oppure nella lenta processione a piedi dei famigliari che piano piano affollano la zona del traguardo. Un giorno come dovrebbero essere tutti sulle Dolomiti.

Una battaglia controvento
Il “papà” della Maratona, l’ambientalista Michil Costa, albergatore proprietario dell’Hotel La Perla, nel cuore di Covara da anni combatte la sua battaglia personale contro il traffico e per la chiusura dei passi Dolomitici in estate, come avviene già in America nei grandi parchi.
Ecco, con la Maratona, che garantisce introiti faraonici a tutti gli “stakeholders”, albergatori e ristoratori, negozianti, gestori di funivie, ecc ha dimostrato che se si vuole si può.
Molte le critiche, per i costi del pettorale, per il sorteggio, per i prezzi degli alloggi: Ma se così non fosse, questo gioiello – la Maratona – non esisterebbe o non funzionerebbe così bene. La macchina si incepperebbe e la magia svanirebbe. Dunque io sto con Michil e con la sua scelta, con il suo modo “gentile” di fare ambientalismo e parallelamente anche marketing (questa parola che non è così orribile come sembra) del territorio.
E non sono il solo. Quanto è amata la Maratona dles Dolomites, proprio per i motivi di cui sopra, si spiega facilmente: più di 30.000 richieste di partecipazione, a fronte di un numero chiuso tassativo di soli 8.000 partecipanti ammessi al via. Questo sbarramento rende necessario un sorteggio pubblico per assegnare circa la metà dei pettorali, mentre i restanti vengono distribuiti tra iscrizioni di diritto, pacchetti turistici e quote maggiorate dedicate alla beneficenza. Più di 70 nazioni.

Sfrenatamente Maratona
Dedicata a Pax, alla pace, la 39a edizione si è svolta domenica 5 luglio.2026 E io vi ho preso parte per la sedicesima volta, quasi consecutiva, nella mia carriera di cicloamatore malato dei pedali.Per la cronaca, ho scelto il percorso lungo: 138 km e 4230 metri di dislivello, 7 passi da scalare: Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena, di nuovo Campolongo, Giau e quindi Falzarego-Valparola per la picchiata finale al traguardo di Corvara. Bene, fate conto che da metà percorso ho dovuto arrangiarmi a percorrere le discese con un solo freno: quello posteriore. L’anteriore infatti è andato in panne dopo il secondo Campolongo: questione di spurgo e di bolle d’aria che si formano impedendo all’olio di arrivare al disco. Piegavo la leva ma andava a vuoto. Per un attimo ho pensato, in cima al Giau, di ritirarmi, poi di ricorrere all’efficiente servizio di assistenza meccanica Shimano disseminato lungo il percorso. Ho così affrontato la discesa dal passo, tecnica e impegnativa, come test: se ci riesco con il solo freno posteriore – e ci riesco bene – allora posso azzardare ad arrivare al traguardo: in fondo, dopo il Giau, c’è soltanto un’ultima discesa, quella dal passo Valparola.
Qualcuno o qualcosa mi ha detto di rischiare, e così ho fatto. Risalgo il Falzarego da Pocol, vicino a Cortina, dopo la discesa test del Giau, ritrovo gambe e fiducia: ce la faccio, manca poco.

Tra i sassi
In cima al Falzarego, supero il ristoro senza fermarmi e faccio gli ultimi 2 chilometri fino ad arrivare al mio punto preferito in assoluto: il cartello “In tra i sass”, che in ladino significa “tra i sassi”, il vero nome del passo Valparola (2192 m.). Toponimo che deriva dalla stretta morsa del valico, incastonato tra la parete del Sass de Stria e i contrafforti del Piccolo Lagazuoi.
Sì, qui sto bene, mi sento a casa: è la cima finale della Maratona, nelle prime edizioni da qui era tutta discesa fino a Corvara, mentre da qualche anno è stato aggiunto il terribile Mur del Giatt, che però è lungo nemmeno 500 metri. E cosa vuoi che sia dopo 4000 metri di dislivello? E quindi eleggo definitivamente “In tra i sass” come mio stato mentale ideale. Vorrei essere sempre “In tra i sass”. Ma, forse, se ci penso bene, un po’ lo sono davvero.
Scendo, senza un freno dunque. Di nuovo controllo le curve con il freno posteriore, senza pensarci troppo. Assecondo le traiettorie, mentre mi nutro di questa bellezza devastante. Le Dolomiti sono qualcosa che spiazza, lascia attoniti, sopraffà. Non ci puoi letteralmente fare niente. Tanto fanno loro: ti schiacciano, e tu le devi lasciar fare. Sei un sassolino transeunte al cospetto di questa roccia millenaria, franerai via, e poi ne verranno altri dopo di te, in una lunga processione che somiglia da vicino a quella di noi ciclisti oggi. Iniziata alle 6:30 del mattino, proseguita nella luce dell’alba salendo il Pordoi e conclusasi tra i sassi del Valparola.Gli ultimi 10 chilometri li faccio a testa bassa, ma con un sorriso d’altri tempi. Quello che cercavo, quello di cui avevo bisogno. Grazie – anzi “giulan”, come dite voi – Maratona.
Appuntamento all’anno prossimo: 4 luglio – segnate in agenda – con un’edizione tutta dedicata alla “musica”.
