giugno
24
Tag
One Day In Hell

Not just a Granfondo.
Definirla semplicemente “una granfondo” significa non aver chiaro cosa sia la Sportful Dolomiti Race. Soprattutto l’ultima Sportful Dolomiti Race. Quella, per chiarirci, andata in scena domenica 21 giugno 2026 in quel di Feltre (BL).
Lo speaker, alla partenza, fissata per le ore 7 dal centro storico, ci aveva avvisato chiaramente: “Benvenuti all’inferno!”. Detta così sembra una iattura, qualcosa da cui fuggire, qualcosa che insomma non ci ha ordinato il medico di fare. E invece.
Invece sta proprio in questo “inferno (buono)” tutto il fascino e il polo di attrazione che la granfondo esercita sui suoi concorrenti, che non sono banalmente dei masochisti, troppo facile liquidarli così. In realtà, infatti, il medico ce lo ha ordinato eccome di fare questa impresa. Lo ha fatto per il nostro benessere, piacere, per la gioia e l’equilibrio mentale che nella vita di tutti i giorni rappresentano sempre più una necessità. Insomma avercene, di weekend avventurosi come quello che ho appena trascorso.
Come sapete ne ho fatte tante di granfondo in quasi 20 anni di ciclismo amatoriale, alcune belle ma passate nel dimenticatoio, altre invece sono restate indelebili e lo saranno credo per sempre. Sono quelle che non si limitano a essere un semplice percorso di tot chilometri e tot metri di dislivello, soltanto una fatica da compiere. Sono quelle che diventano un autentico viaggio psico-emozionale dentro se stessi. Alla ricerca delle proprie risorse e anche della propria felicità.
Ce ne sono poche che fan questo effetto, e quelle poco occorre tenersele strette. Per questo sono tornato a Feltre dopo oltre dieci anni dalla mia ultima partecipazione.

Da Campagnolo a Sportful Dolomiti Race
Nata nel 1995 con il nome di Gran Fondo Internazionale Campagnolo (dall’incontro tra il Pedale Feltrino e lo storico marchio inventore del cambio moderno per bici), nel 2009 cambia nome: alla storia imprenditoriale del territorio unisce quello del paesaggio e della natura: le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità UNESCO e a un’altra impresa del territorio, Sportful, abbigliamento sportivo.
Da trentuno edizioni, Feltre a gugno diventa il centro di gravità del ciclismo amatoriale più estremo.
Lo si capisce dalla viglia, quando i polpacci torniti fanno la spola, quasi in passerella, dal villaggio gara, dove si ritirano i pettorali e il pacco-gara (bellissima la maglia di quest’anno), agli stand e alle vie del centro storico di Feltre. Quest’ultima un’autentica perla: basta risalire – a piedi oggi, il giorno dopo in sella per lo scenografico arrivo, la via Mezzaterra, con i suoi palazzi ricchi di affreschi cinquecenteschi. Non a caso Feltre era anticamente chiamata “Urbs Picta” (la città dipinta), una fortezza rinascimentale dall’eleganza aristocratica. A me ricorda una piccola Siena veneta.

2026: l’edizione bollente
L’edizione 2026 della Sportful Dolomiti Race è stata un’autentica prova di sopravvivenza: un caldo torrido – quello che sta avvolgendo tutta l’Europa – che ha costretto i concorrenti a prendere d’assalto ogni singola fontanella e punto di ristoro lungo il tracciato e/o a venir copiosamente innaffiati da qualche autoctono mosso da compassione o semplice simatia.
Parto alle 7 in punto, dalla seconda griglia, quella arancio: i primi 4 km sono a velocità controllata, per evitare pericoli inutili, tanto ci sarà modo di sgranare il gruppo.
Non ho dubbi sulla scelta: sarà “percorso lungo”. Ovvero: 204 chilometri a zonzo tra Veneto e Trentino, dislivello di quelli “crime”: 5.000 metri. Le salite in serie sono: forcella Franche, forcella Staulanza, passo Duran, forcella Aurine, passo Cereda, passo Croce d’Aune.
Dopo i primi 30 chilometri, capisco subito che si fa sul serio: e che da qui in avanti sarà un continuo salire e scendere con la catena sempre tesa e i polpacci mai a riposo, borracce piene (una di sali e maltodestrine, l’altra di acqua), 4 gel e 3 barrette (li consumerò tutti). Di questa tracciato, del tutto nuovo per me (l’ultima volta c’era il Manghen), amerò soprattutto le viste del Pelmo e del Civetta un po’ lungo tutta la seconda parte del percorso, le discese ardite, lunghe e sinuose, gli scorsi sui boschi di confiere e i piccoli lama allevati da una signora salendo credo il passo Cereda. Penultima delle 6 ascese di giornata.
E a proposito di quelle, eccole in sintesi che arrivano.

Le 6 fatiche:
- 1. Forcella Franche (990) La prima fatica di giornata, affrontata dopo aver risalito la suggestiva e selvaggia Valle del Mis. Una salita ideale per iniziare a scaldare i motori con i veri denti concentrati negli ultimi 5 chilometri (pendenze medie vicine al 7% e punte all’11%).
- 2. Forcella Staulanza (1.766): la Cima Coppi di giornata. Affrontato da Caprile e Selva di Cadore è una salita lunga (14,3 km) e molto discontinua, a gradoni, con tratti irregolari che spezzano il ritmo, per fortuna ci soccorre il paesaggio: uno scenario dolomitico maestoso.
- 3. Passo Duran (1.601 m): qui iniziano le imprecazioni. È la salita più dura e impegnativa di tutta la gara. Si sale da Dont, versante verso cui invece si scendeva nell’edizione del 2025. Subito dopo la picchiata dallo Staulanza, pendenze over 10% che costringono molti a improbabili e poco consigliabili incroci di catena.
8,5 chilometri all’8,5% di pendenza media, carreggiata stretta, strappi durissimi che toccano il 14% e zero ombra se il sole picchia duro (e lo sta facendo). - 4. Forcella Aurine (1.297 m): Si riparte da Agordo per risalire verso Voltago e Frassenè. Una salita più regolare (11,5 km tra il 6% e il 7%), ma che arriva quando le tossine nelle gambe cominciano a sguazzare felicemente. E in più, con una temperatura che sfiora i 37 gradi, con il sole ormai alto in cielo e per di più anche qui senza ombra. Devastante.
- 5. Passo Cereda (1.361 m): breve ma spietato. Dopo lo scollinamento in Trentino, il Cereda affonda i suoi colpi e ultima il lavoro già fatto dal collega Auirine in precedenza, soprattutto nella seconda metà, con gli ultimi 3 chilometri costantemente sopra l’8% e rampe che non lasciano scampo.
- 6. Passo Croce d’Aune (1.015 m): il gran finale. Ci si arriva dopo aver affrontato il micidiale tratto dello Schenèr (dove il vento è storicamente contrario), tra gallerie che improvvisamente fanno passare dalla luce al buio e costringono gli occhi a un rapido adattamento. Divenuta la montagna simbolo di questa gara, il Croce d’Aune ha punte che sfiorano il 16%, negli ultimi chilometri: proprio davanti al monumento a Tullio Campagnolo. Quasi quest’ultimo volesse ammonirci che senza la sua preziosa invenzione meccanica saremmo fottuti.
L’ultimo sussulto? I 450 metri in pavé di via Mezzaterra, una dolce cattiveria prima del traguardo nella splendida Piazza Maggiore di Feltre.
Bollicine
A sera, davanti a una pizza, prima di pernottare nella nostra camerata a 6 letti nel bellissimo convento dei padri canossiani di Fonzaso, approntato per l’occasione dagli Alpini come luogo di accoglienza per ciclisti esausti, guardo Max, il mio compare di avventura: “Cazzo – gli dico – ce l’abbiamo fatta”.
“Sì – mi risponde – e passandosi una mano sulla barba, aggiunge “Ongi volta che faccio ‘ste cose mi sembra che la barba mi diventi più bianca”.
Le nostre due pinte di Pedavena fanno clang! e quella che doveva essere solo una gara si è magicamente trasformata in una avventura da rcordare.