Il carattere del Giro.

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2 mesi sono troppi.
Mancano poco più di 2 mesi al Giro d’Italia del centenario, e sono davvero troppi.
O, meglio , mancano 2 mesi al Giro d’Italia edizione numero 100, perché durante le due Guerre, la Corsa Rosa, nata le 1909, si interruppe per qualche anno. E io non ho nessuna voglia di aspettarli. Non mi dite che prima c’è la Milano – Sanremo, il Giro delle Fiandre, la Roubaix e compagnia, perché tanto non vi ascolto. Io voglio il Giro e lo voglio subito. Faccio i capricci. Anzi, sapete che vi dico? Domani parto. Per la Sardegna, a bordo del primo traghetto che passa. E poi mi metto là, sul lungomare di Alghero ad attendere che parta la prima tappa, il prossimo 5 maggio.
Scherzi a parte, siccome non vedo l’ora, colgo l’occasione per entrare “in clima Giro” proponendovi un pezzo dal mio precedente libro, Il carattere del ciclista (Utet 2016). È un pezzo cui tengo molto, che ho scritto dopo, “a caldo”. Forse, come in molti mi avevano fatto notare, in colpevole ritardo. Fatto sta che è molto sentito, perché Vincenzo, quella volta, colpì me per primo. E nel profondo.
Signore e signori, ecco a voi “L’irriducibile” Vincenzo Nibali, sul Colle dell’Agnello.

Lassù, dove si perde l’orientamento. 
Venerdì 27 maggio 2016. Colle dell’Agnello, la cima Coppi di questo Giro d’Italia, ovvero il punto più alto toccato dalla corsa. Sulla montagna l’aria è rarefatta e i muri di neve, a mano a mano che salite, si fanno sempre più spessi e imponenti. Da chiedersi se non vi crolleranno addosso. Da domandarsi se troverete mai la forza di uscirne vivi da quella vetta sinistra e vagamente inquietante. Siete astronauti sulla superficie incerta e magnifica di un altro pianeta. Un pianeta al confine tra l’Italia e la Francia. Il tuo ghigno aumenta tornante dopo tornante.

L’olandese Steven Kruijswijk non li ha mai visti quei muri di neve, li guarda con sospetto, soggezione, ha quasi paura. Ci metti poco a capirlo e, come una belva, aumenti allora il ritmo.
Fa freddo, c’è la nebbia. A un tratto tutto diventa bianco: la strada, il cielo, la montagna. Sul Colle dell’Agnello si danno appuntamento ogni anno nutriti gruppi di appassionati di astronomia per scrutare il cielo e perdercisi dentro. Vengono qui per questo motivo, mica per altro. È un luogo mistico il Colle dell’Agnello, dove si perde l’orientamento facilmente: qui sei in Italia, lì, a due metri soltanto, sei in Francia. Praticamente non sei da nessuna parte. Le bussole qui non servono a niente. Qui si viene a perdersi per ritrovarsi. Se no, meglio stare a casa.
Il posto migliore dove scrollarsi tutto di dosso. Ci pensi tu a farlo. Metro di salita dopo metro di salita, fino ai fatidici 2.748 metri sul livello del mare, cominci a svestirti del tuo vecchio io. Qualche anziano stregone o sciamano sapeva che saresti passato di qua oggi e ha cominciato a preparare l’incantesimo, il rito di iniziazione. Sei in Francia ma per te è come essere in Sicilia, sull’Etna, tra lapilli di lava e fuoco. Qui si forgiano uomini nuovi. Eroi ostinati e irriducibili.
I tuoi occhi sono rossi, sei l’unico che non ha paura di niente. Esteban, Alejandro e soprattutto Steven sono in soggezione. Loro mica si devono trasformare, loro sanno già chi sono. Tu no. Tu non sei più tu. È ora di affondare i denti nelle carni della preda. E così fai, feroce quale sei, dietro quell’apparente scorza da timido e insicuro. Inizia la discesa e imponi un ritmo infernale. Sei già un altro. Steven la paga subito. L’olandese non è avvezzo alle discese spericolate, non sa come prendere quei tornanti persi nel nulla, non sa come tagliare quell’aria rarefatta che sa di sacrifici e tormenti, non sa che tu da ragazzino ti scapicollavi per i boschi in mountain bike e ora te lo stai ricordando. Abbassa la guardia e bum! Va a sbattere conto la muraglia bianca che costeggia la carreggiata. La neve schizza via come il ghiaccio tritato per fare una granita. Un volo e un capitombolo da spavento, con la bici che salta in aria quasi come se una mina fosse stata nascosta nel terreno. Per l’olandese è l’inizio della fine. Steven si rialza, ma è stordito, spaventato a morte. Non è più lui. Esattamente come capita a te. Tu sei già sparito nel tuo mantello nuovo.
Dopo la lunga discesa dal Colle dell’Agnello, c’è ancora una salita da fare, dovete arrivare a Risoul, una manciata di case e poco più, sospese tra le nuvole francesi. L’arrivo di tappa oggi è previsto qui, oltre confine. Di quest’ultima ascesa ne fai un sol boccone, chilometro dopo chilometro, staccando anche Esteban e Alejandro che avevano provato a starti dietro, e andando a riprenderti persino i fuggitivi. Vuoi la tappa, vuoi il Giro, vuoi tutto. In Tv fanno fatica a capire quello che sta accadendo. Di minuto in minuto però tutto si fa improvvisamente chiaro, come la nebbia che si diradava dal Colle dell’Agnello, mentre scendevate: stamattina avevi 4 minuti e 43 secondi di ritardo dalla maglia rosa, ora solo 44 secondi. Il leader della classifica è cambiato, ora è Esteban Chaves, che ha scavalcato Steven, entrato in crisi dopo la caduta e con una costola rotta. Per te cambia poco. Tu stai combattendo contro te stesso. Non contro di loro.
A Risoul ci arrivi per primo. Vinci la tappa e riapri il Giro d’Italia. Superi la linea del traguardo e ti accasci sul manubrio. Piangi. Finalmente. Svuoti tutto, si vede solo la tua schiena scossa da vibrazioni continue, che non riesci a controllare. Non la smetti più. È una scena che, da sola, vale il Giro.
E adesso? Adesso cosa diavolo vuoi che siano 44 secondi, dopo che sei stato nel deserto e hai parlato col serpente come Zarathustra? Dopo che in cima al Colle dell’Agnello hai cambiato pelle e ti sei fatto leone? (…)

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Foto: Paolo Ciaberta