Ma chi te lo fa fare? (E dintorni)

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Come la prima volta. 
Ieri, mentre pedalavo, mi è improvvisamente tornato in mente “Ma chi te lo fa fare?”, il mio primo libro (Fabbri 2014). A dire la verità, non semplicemente il libro in sé, che ho bene in mente ovviamente. Ma le sensazioni, le emozioni, gli stati d’animo ad esso legati. Cosa provavo mentre lo scrivevo, cosa sentivo, persino che musica ascoltavo (sapete che quando scrivo devo sempre avere a portata di mano una playlist)
È un po’ come quando, durante la giornata, si fa per sbaglio un movimento che ridesta, grazie al corpo, le emozioni di un sogno fatto la notte. Cose che altrimenti non ci sarebbero mai tornate in mente.
L’uscita di questo weekend mi ha fatto quell’effetto.
Il fatto è che se rileggo oggi “Ma chi te lo fa fare?” – da autore ma anche da ciclista – lo trovo un po’ naïf, forse un tantino ingenuo in alcuni passaggi, sicuramente migliorabile in molti altri. Ma, vivaddio, anche tremendamente “mio”. Come poche altre cose che possiedo.
In quel libro, e forse già solo nel primo capitolo, c’è dentro tutto me stesso in bici. Dunque buona parte della mia vita.
Ecco, ieri, mentre pedalavo nell’autunno più caldo degli ultimi anni, tra le risaie e i campi, in mezzo alle cascine e agli aironi – dove ho iniziato tanti anni fa – ho ripensato a quella prima volta. Che non si scorda mai.
In omaggio al mio primo libro,  o – come avrebbe detto il buon Lou Reed – “beginning of a agreat adventure”, ecco il primo capitolo.

Into the wild e ritorno. 
La domenica Francesca si alza e non mi trova nel letto.

La faccenda è andata più o meno così: sveglia puntata presto. Molto presto. Diciamo alle sei. Rapida sbirciata dalla finestra: previsioni confermate, sarà una splendida giornata di sole. Passaggio nel bagno di servizio dove trovo la divisa del cuore, accuratamente preparata la sera prima dopo dose abbondante di carboidrati. Due etti e mezzo di pasta.
Segue il rituale –  uno dei tanti di cui è costellata la vita del ciclista – della colazione, minuziosamente replicato in maniera sempre uguale: cereali, fette biscottate con marmellata, caffè e, in caso, se c’è, una fetta di crostata o di torta. Meglio se di pastafrolla: più veloce da digerire, ricca di carboidrati, ancora loro, e zuccheri. Infine, imprescindibile, una banana, che è un prezioso serbatoio di potassio, ideale contro i crampi. Oggi ci sarà da battagliare con l’ “avvocato” in salita, già lo so.
Riempio due borracce dalle scritte colorate, ricordo di mille battaglie: una con sali minerali in polvere e maltodestrine, l’altra con acqua semplice. Da anni, dopo dure trattative in famiglia, ho conquistato due interi ripiani della credenza: ci ripongo, oltre alle borracce, barrette, gel energetici, sali da sciogliere nell’acqua, frutta secca, pancarré per preparare i panini e quant’altro.
Tornando alle borracce, meritano una parentesi. Ne dissemino praticamente una per locale di casa. Del resto ad ogni granfondo, gara amatoriale per cicloamatori, cui ho partecipato, me ne hanno regalata una come gadget. E io le ho conservate rigorosamente tutte come trofei. Devo decidermi a metterle in ordine però, altrimenti rischio il divorzio: ce n’è una sulla libreria, tra Dostevskij e Nick Hornby, altre due sulle mensole del bagno tra il filo interdentale e dopobarba e persino un altro paio nella cameretta dei bambini, tra i Gormiti e i Playmobil.  Difficile possiate scambiarmi per un golfista.
Dopo l’operazione “borracce” si passa a quella “rifornimento in corsa”. Nelle tasche posteriori della divisa infilo, nell’ordine, un panino, preparato con il pancarré, con miele o marmellata, uno con prosciutto e formaggio (questo solo nel caso delle pedalate lunghe: superiori ai cento chilometri) e una o due barrette energetiche, prese appunto dal reparto “disturbato dal pedale” della credenza.
Nella seconda, di solito quella centrale, la mantellina anti-vento, la coperta di Linus di ogni ciclista che si rispetti: indispensabile per le discese, insostituibile in caso di acquazzone improvviso. È piccola, si piega facilmente su se stessa trasformandosi in una piccola “pallina” comoda da riporre. A farle compagnia, come sempre, la pompa d’emergenza, per forature impreviste: di solito è lunga non più di una decina di centimetri e anch’essa si infila facilmente in tasca. Infine, nell’ultima delle tre tasche, quella a destra: il telefonino, la patente e qualche euro, giusto per un caffè o una coca-cola lungo la strada. Il tutto avvolto curiosamente in una bustina di cellophane: protezione impermeabile contro sudore, umidità e agenti atmosferici.  L’ho capito dopo aver buttato via ben tre telefonini.
A questo punto, consumata la colazione e indossata la divisa in lycra, passo in cantina, dove mi aspetta la specialissima. Nera, lucida, stupenda. È là che pare mi guardi: “Mi porti a fare un giro?”. Impossibile resisterle.
Dopo due brevi esercizi di stretching davanti alla mia bella, ci siamo. Esco di casa e comincio a pedalare, nel silenzio del primo mattino milanese. Le strade sono deserte. Ultimo rituale della domenica: appuntamento con gli amici. Persone che probabilmente mai il destino mi avrebbe fatto conoscere: c’è l’avvocato, il notaio, il gelataio, ma anche il pubblicitario di successo, l’ingegnere informatico e persino un broker e un ortolano.
Li ho conosciuti tutti o quasi su internet: in alcuni forum per assatanati del pedale. Oppure li ho incontrati sulle strade o me li ha presentati qualche amico di amici durante qualche cena galeotta: “Ciao, questo è Paolo: anche lui con la mania della bici…”. Dopo cinque minuti, non si sa come non si sa perché, ci siamo trovati a parlare di cronoscalate e salite pirenaiche.
Se non ci fossimo incontrati in bicicletta, molto probabilmente, penso, la vita non ci avrebbe mai fatto conoscere: troppo diverso il background, troppo diverse le frequentazioni, troppo distanti le abitudini. Eppure, in bicicletta, siamo tutti uguali. Oserei dire: identici. Un po’ come chi viaggia per mare.
Del resto, in un certo senso, è come esistessimo gli uni per gli altri solo sulle strade. Molti di loro non li ho mai visti in abiti “borghesi”: senza casco e occhialoni da sole non so nemmeno che faccia abbiano, come si vestono. Magari non esistono. Probabilmente, li incontrassi al cinema o al bar, non li riconoscerei.
In bici, invece, è come se conoscessi ogni loro segreto e potessi prevedere ogni loro singola mossa: chi va forte in salita, chi fa fatica e dove, chi alla lunga si stanca, chi osa sempre più degli altri. In bicicletta si condividono momenti del tutto particolari, di gioia ma anche di estrema difficoltà. C’è la volta in cui soffri tu e toccherà loro aspettarti, come la volta che in crisi ci saranno loro, e lì in cima, ad aspettarli, ci sarai tu. Insomma, ci si dà il cambio. Solidali nel comune vizio del pedale (…)

Continua a leggere “Ma chi te lo fa fare? Sogni e avventure di un ciclista sempre in salita” (Fabbri Editore, 2014)

Photo: ©ciclistapericoloso