Vietato distrarsi.

Cinquantaquattro anni fa. 
Perché hai dedicato un capitolo del tuo ultimo libro al Vajont?
Non è un luogo famoso per il Giro d’Italia.
Questa domanda (e la conseguente postilla a mo’ di corollario) me la sono sentita ripetere spesso mentre andavo in giro a presentare “Storia e geografia del Giro d’Italia” quest’anno. Ed è una domanda bella, emotivamente per me intensa, che mi consente ogni volta di raccontare una storia tremenda che mi ha sempre impressionato, fin da quando ero bambino, e di poterlo fare grazie al ciclismo, la mia grande passione.
Ho risposto sempre in modo semplice: perché Vajont è una tragedia tutta italiana e il libro parla anche di Italia e luoghi di Italia, oltre che di semplice ciclismo.
E poi, perché, proprio il Giro e il ciclismo da qui sono passati nel 2013. E, forse, proprio grazie al Giro e alla bicicletta in molti, quel giorno, anche solo leggendolo sui giornali, hanno conosciuto la tragedia del Vajont. E credo non sia poco.

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Real Madrid – Ranger Glasgow: 270 milioni cubi a zero.
La sera del 9 ottobre del 1963 – 54 anni fa-  alle 22.39, circa 270 milioni di metri cubi di roccia scivolarono alla velocità di 30 metri al secondo dentro il bacino artificiale della diga del Vajont. Erano caduti dal vicino monte Toc. Un nome sinistro, che avrebbe dovuto suonare quantomeno come un avvertimento, ma che venne imprudentemente inascoltato assieme a tante altre cose.
I 270 metri cubi di roccia, terra e detriti provocarono un’onda di piena che superò di 250 m in altezza il coronamento della diga. Duecento-cinquanta-metri-in-altezza…
A valle, il piccolo paese di Longarone, sulle rive del Piave, attendeva ignaro,come la buca di un flipper la pallina, la cuduta rovinosa di quella massa inimmaginabile d’acqua e fango.
I ragazzi erano al bar del centro a vedere Real Madrid – Ranger Glasgow, una delle prime dirette sportive di sempre. Le ragazze invece erano a casa, avevano rinunciato alla libera uscita, sprovviste dei cavalieri. I bambini – quanti bambini – si preparavano al successivo giorno di scuola, le cartelle già fatte davanti alla porta. Gli anziani dormivano. Le bestie forse latravano, intuendo come sempre in anticipo i disastri.
Quella notte morirono più 2000 persone. In un colpo solo. Il paese di Longarone spazzato via dall’acqua e dalla mota, praticamente introvabile ai soccorritori il giorno dopo.
Nel 2013 – 50 anni dopo – il Giro d’Italia è passato proprio dalla diga del Vajont, per ricordare questa immane tragedia. Probabilmente non tutti i corridori, forse quasi nessuno, sapevano cosa fosse mai successo lì, né perché vi fosse ancora quella diga, perfettamente in piedi, senza dietro un metro che fosse uno d’acqua.
Mi piace pensare che dopo aver tagliato il traguardo, tutti lo abbiano capito. Con i loro occhi.  Per questo ho scritto “Vajont” nel mio ultimo libro Storia e geografia del Giro d’Italia .
L’anno scorso – più o meno i questo periodo – in vista della stesura, sono stato al coronamento della diga, a raccogliere materiali, testimonianze, o forse più semplicemente a vedere e toccare con mano, di persona (non c’ero mai stato, credo vada fatto, è un’esperienza formativa) ciò che è stato. Quello che segue è un estratto dal capitolo nato da quel sopralluogo di due giorni: uno di quelli cui tengo di più di tutto il libro. Mi piacerebbe che lo leggeste oggi.

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Daniel, Ramūnas  e la diga che non serviva.
(…) I ciclisti ignari proseguono, in pochi sanno cosa successe qui cinquanta anni fa. Alcuni, spinti da curiosità per lo strano arrivo di tappa, hanno googolato sullo smartphone “Erto e Casso” ieri sera in albergo. Qualcuno ha chiesto ai genitori nell’ultima telefonata prima di andare a letto. Altri hanno fatto spallucce e risposto che oggi è una tappa di trasferimento come un’altra e del resto non gli frega.
Ma una cosa è certa: adesso, mentre salgono, quella diga, in tutto il suo tremendo splendore, la vedono tutti. E con essa, sorgono spontanee le domande: come è che c’è una diga, ma non c’è l’acqua?
Eppure è alta, quasi trecento metri. A che serve allora?

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I ciclisti olandesi, i più avvezzi agli invasi e ai coronamenti, dicono che di così monumentali nemmeno nel loro paese se ne costruiscono. Le loro dighe sono più basse di questa, ma molto possenti: devono contenere il mare, non i laghi. E allora, allora tutta quell’acqua che doveva contenere questa dove diavolo è finita?
Alcuni direttori sportivi, soprattutto quelli stranieri, quando a dicembre è stato presentato il tracciato del Giro d’Italia, si sono chiesti che senso avesse questo arrivo di tappa. “Erto e Casso, Where the hell is it?!”
“Con tutti i magnifici posti che avete in Italia, ma proprio qui dovevate farci venire?
Perché non il Sella, il Pordoi, il Giau o lo Stelvio?
A guardar bene, non c’è nemmeno una salita vera e propria: da Longarone all’arrivo sono trecento metri scarsi di dislivello. Tanto valeva stare giù ed evitare questa inutile e ridicola pagliacciata.

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C’è da immaginarseli i direttori sportivi. Tutti persi nelle loro tabelle, nelle diete ipocaloriche, nei watt da far sprigionare ai propri atleti per queste tre settimane: solo una scocciatura questo Vajont.
Eppure adesso, mentre sono chiusi nelle ammiraglie, la diga la vedono anche loro. È talmente grande che non puoi fare altrimenti, ti circonda, ti contiene, ti schiaccia. È lei a guardarti, non tu a guardare lei. Come le sirene di Ulisse, ti costringe ad alzare la testa, a voltarti, ti chiama a sé. La sua monumentalità è pari solo a quella delle Piramidi d’Egitto o forse delle costruzioni dei Maya. Il suo sinistro innalzarsi senza contenere niente atterrisce. Quella diga è un enorme mostro.
Quelli del Team Sky si attaccano allora alle radioline quasi a scacciarne la paura. Ma è fatica vana, la diga li divora, come un animale che si mangia chiunque transiti ai suoi piedi. Comunicano con i propri corridori, urlano a squarcia gola: “datevi da fare, state in gruppo, chiudete le fughe! Vietato distrarsi, cazzo!”
 “Vietato distrarsi”?! E come si fa a non distrarsi con quella cosa laggiù?
“Per favore, fate finta di non vederla”.

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Daniel Oss ha ceduto. Navardauskas si invola verso il traguardo da solo, spingendo la moltiplica più grossa, come fosse una locomotiva umana. Ha capito che sta vincendo, che in cima al Vajont ci arriverà da solo. Un sogno che si avvera per un ciclista come lui, ancora lontano dalle luci della ribalta. Con la sua maglia nerazzurra della Garmin Sharp, sale mulinando il movimento centrale come fosse uno sbattitore d’uova. Gli occhi fuori dalle orbite.
Si infila nell’ultima galleria, quella che porta per mano fino alla chiesetta, eretta in memoria della tragedia, da cui oggi partono le visite guidate al coronamento della diga.
La folla all’imbocco del tunnel lo applaude, urla, qualcuno cerca di toccarlo, quasi fosse un salvatore, un messia. Nessuno sa il suo nome, nessuno sa dove è la Lituania sulla cartina geografica, ma fa poca differenza: è il primo ciclista a salire sul tetto del Vajont e tanto basta. E poi, in fin dei conti, lui lo saprà dove diavolo sono sulle mappe “Erto e Casso”?
Lo guardano sparire nel buio come una cometa. Dentro il tunnel il lituano ondeggia tra le rocce umide, è stravolto ma non molla. Il buio è interrotto dalle rade aperture della galleria verso l’esterno: si vede la gola maledetta, la diga appare e scompare a intermittenza come un enorme fantasma bianco. Ormai ci siamo, siamo in cima. Ramūnas capisce che l’ultimo tunnel sta per finire, sente gli applausi della gente più forti e le pale dell’elicottero della Rai che volteggiano.

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Ancora cinquecento metri ed è fatta, vede il traguardo, la gente e la fine della diga, finalmente.
Vince, alza le braccia al cielo e si piega esausto sul manubrio. Respira a stento quell’aria a pieni polmoni, poi si volta e sorride. Ha vinto ed è comprensibilmente felice. Le telecamere lo circondano, il suo direttore sportivo gli mette un asciugamano sulle spalle e una lattina di coca-cola in mano, miracolosa riserva di zuccheri per reintegrare le energie spese. 
Ramūnas rialza però subito lo sguardo, qualcosa di strano lo ha colpito poco fa, mentre pedalava e concludeva la sua progressione vincente. Qualcosa di insolito visto con la coda dell’occhio, proprio là, dove c’è il monte Toc, sulla destra. Ora finalmente può controllare meglio.

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La frana, immensa e incontenibile, e a forma di “emme”, gli appare chiara in tutta la sua drammatica evidenza. Un’enorme fetta di torta staccatasi all’improvviso da un impasto troppo friabile e sdrucciolevole e caduta dentro il lago artificiale. Ora sa dove è finita tutta quell’acqua che cercava, ora sa perché quella diga è “vuota” e non contiene niente. Ora ha capito come mai li hanno fatti salire proprio qui, in questo posto dimenticato da Dio e dalla buona sorte. Gli occhi gli luccicano per un istante, mentre l’altoparlante annuncia l’arrivo del gruppo, quello con Nibali e compagni. I fotografi si assiepano davanti alla linea d’arrivo, quasi fosse la fine dell’incubo. Quasi il Giro fosse passato davvero dal Vajont.

Continua a leggere “Vajont” su “Storia e geografia del Giro d’Italia” (Utet 2017)

Photo credits: ©ciclistapericoloso

Video: Il racconto del Vajont – Marco Paolini 1993 (se non l’avete visto, fatelo ora: lo trovate facilmente anche su youtube, non avete scuse)