Pignoni al sale.

Salite alla ligure, in salsa invernale.

Il mare in inverno non è come d’estate.
Bella forza, direte. No, non è scontato: potrebbe essere semplicemente come d’estate, piatto o burrascoso, blu o grigio, bello o brutto, solo con alcuni gradi centigradi in meno.
Niente di tutto questo.
Le sue sfumature cambiano: si va dal turchese, al viola, al rosato, a quel colore indefinibile che sfoggia quando è una bella giornata o a quello intenso e conradiano che assume quando c’è burrasca.
Ecco, in questi 3 giorni, le ho viste tutte.
Così se sabato era una giornata splendida (come la foto lassopra testimonia), domenica, quando decido di uscire, ovviamente è una giornata pessima. Eppure è bellissima. State a sentire.
Intanto, c’è da dire, che al mare, in inverno, ci sono comunque almeno 10°. E spesso ben di più: ricordo pedalate a capodanno con 18° nelle ore più calde: niente guanti, niente scafandri, niente inverno.
Domenica alle 9, quando decido di far schioccare le tacchette, fa dunque freddino: 7°. La temperatura salirà. Del sole non si vede nemmeno la sagoma. Il vento taglia gli ulivi dell’Aurelia ligure, le nuvole corrono rapide, in successione. Potrebbe venire giù che Dio la manda da un momento all’altro. Il ciclista pericoloso esce.
Dopo una scorribanda pianeggiante nell’intenro, per scaldare i motroi, guadagna, in successione, Chiavari, Lavagna, Cavi, Sestri Levante, Riva Trigoso. E lì inizia a salire. L’ultima uscita, datata 28 novembre, aveva portato con sé neanche 700 m. di dislivello e, soprattutto, una condizione piuttosto – come dire – “indietro”. Bene: c’è da recuperare.
Il ciclista pericoloso pare essere il solo ad avventurarsi verso il Bracco: la strada sale tortuosa, con pendenze clementi, ma comunque impegnative (tra il 6 e l’8%), vuota. Non un’auto, non una moto, non un ciclista. Solo il rumore, bellissimo, degli alberi spogli e del mare, infuriato, in lontananza. Qualche uccello, non so quale, che vola sopra la sua testa. Il profumo intenso dell’erba e del bosco appena bagnati. L’asfalto umido, con qualche rivolo d’acqua che corre a valle. Arrivato a Peiro, si conclude il primo troncone di salita, dopo circa 6,5 km. E’ quello più impegnativo dell’intera salita al Passo del Bracco. Mi fermo a guardarlo, il mare, in lontananza. Sono stato qui, l’ultima volta, ad agosto,  e vi assicuro che sembrano due sostanze diverse. Allora una sorta di brodo, solo appena increspato, carico di un blu acceso; oggi una sorta di lago, verde senza confine, carico di onde insidiose. I paesini abbarbicati come  a cercare una via di fuga. Il cielo di un colore indefinibile: grigio-azzurro e l’aria pulita, forte, per animi caldi.
Volto indietro e torno a valle. Ripeto dunque questo troncone di salita una seconda volta. E poi una terza. Tanto mi piace questa strada. Silenziosa, scappata al traffico (anche d’estate non c’è nessuno, fidatevi), che pare a tratti una salita alpina, a tratti una tortuosa striscia d’asfalto a picco sul mare. Si sale tra boschi, pini, e poca luce e poi, improvvisamente, quando meno ce lo si aspetta, ci si apre al mare
Pieno di odori, colori, e umori, rientro rapido, lungo l’Aurelia fino a Chiavari, faccio gli ultimi 2 km di salita verso Zoagli, fino a casa, accumulando altro dislivello. Sento che la gamba piano piano si sta risvegliando, sta tornando ad essere quella che deve. E, soprattutto, finalmente, sento di aver riempito i miei polmoni di ossigeno vero. Extra-padano.
Nel frattempo, là in infondo, urla e biancheggia il mare. Così uguale. Così diverso.

Totale distanza: 81 km.
Dislivello: 1.210 m.
Tempo: 3:20′ ca.