Rullando contro il cielo.

gambe di marmo, in cantina, la domenica mattina.

Cosa possiamo noi umani, sventurati ossessionati dalla pedivella contro dieci, lunghi, fottuti, infiniti giorni di diluvio?
Semplice: imprecare contro il maltempo a suon di rulli. Chiusi nel sottosuolo di una cantina milanese. Questo il verbo. Fatto di laghi di sudore, denti stretti, pulsazioni fuori soglia, sguardi ebeti e ossessivi. Un spina, piantata come una lama, in mezzo allo sterno. Siamo barbari, non siamo uomini.
Fino allo sfinimento, all’asfissia, al cardiopalma da autistico conclamato. Il ronzio secco e onanistico del rullo che gira veloce, le gocce di sudore che colano, prima lente e timide, poi grondanti e in piena. Come fiumi impazziti.
E una sagoma, la nostra, piegata dalla fatica: un fascio muscoli e nervi protesi verso l’estremo. O lo stremo. Con un colpo d’occhi, a un tratto, ti vedi riflesso nella vetrinetta del vecchio mobile della nonna, depositato in cantina dieci anni prima: sembri Lance Armstrong nella galleria del vento nei laboratori di Austin in Texas. Vedi quasi le patacche dell’elettrocardiogramma appiccicate come ventose sul tuo torace, vedi le vene solcare le tue gambe. Ti senti malato, ma bello. Fottutamente bello.
Sono i rulli, bellezza. La domenica, quando fuori piove.
Imprecando contro il cielo.

Rulli.
4 km di riscaldamento con 39X19 a 95-110 rmp.
Simulazione salita: 5 ripetute di 2km con 39X21, con pendenza simulata al 5%, rpm 85-90. 1 km di recupero tra le ripetute in aglilità. 2 km aggiuntivi (di recupero) tra la 3a e la 4a.
Dislivello simulato: 500 m. ca.
Stato mentale: da ricovero. Immediato.

(fonte immagine: http://www.timmkoelln.com/)