Ho visto le streghe.

Tra rune, segreti e altre paure.

Calma, calma. Sono tornato. Questo per rassicurarvi.
Ma che viaggio, amici miei. Fisico, mentale, antropologico. Che viaggio.
Uscita splendida e epica. Per fatica, lunghezza, piacere, paesaggio da fratelli Grimm.
Sfidando antri e tornanti di una valle disabitata. Una location perfetta per un film di paura, come si dice. A metà tra Shining e Blair Witch Projecet. La Valvestino è un’area cosidetta “wilderness” (non atropizzata: senza insediamenti umani). Non è tutta, per fortuna o sfortuna, così, ma certo ha un fascino prettamente sinistro, per anime impavide.
I primi tornanti sono un salto nel buio di un non-mondo selvaggio che pare rimasto all’Ottocento. Come recita, appunto, la vecchia targa ammuffita che indica l’originario confine tra l’Italia e l’Austria-Ungheria.
Ma non è l’unico segnale da paesaggio magico-alchemico. Ci sono piccoli segni sull’asfalto o sulle rocce sporgenti che, come rune lasciate da streghe antiche, indicano misteriose deviazioni verso il monte. Un monte verde scuro di un bosco fitto, da cui non si vede emergere costruzione alcuna per ettari ed ettari.
Il Garda, appena archiviato, dopo Navazzo, lascia il passo a un paesaggio alpino, cupo e vagamente malinconico. Quando si entra nella Valvestino, come i radar delle navi nel triangolo delle Bermude, gli apparecchi tecnologici vanno in tilt. Zero campo per il telefonino, temperatura in picchiata per il ciclocomputer. L’escursione termica è da brividi: d’accordo, sono le 7 e mezza del mattino, ma il Rox 9:0 mi passa, nel giro di qualche minuto,  dai 24° di Navazzo ai 12° della Valvestino! Cento metri di altitudine, nemmeno, di differenza. Questa la magia incantata e vagamente inquietante di questa zona del creato. In una conca d’ombra perenne. In tutta la giornata i tornanti stretti della strada che la percorre non vengono mai toccati da un solo raggio di sole.
Non esistono mappe completamente fedeli per questa valle. Ne esistono diverse, certo, molte ancora schizzate a mano dai briganti che la percorrevano il secolo scorso, ma nessuna è precisa al millimetro. Non ci sono radar o GPS che tengano qui. La Valvestino sfugge, come un non-luogo, alla umana ossessione di controllo telematico.
Si passa su due ponti da canyon americano, sospesi sul lago artificiale, chiuso da una diga imponente, dalla parte del Garda. Poi il lago via via scema, fino a diventare un rigagnolo nei pressi di Molino di Bollone. Qui, dopo oltre 10 km, torna la civiltà. Una casa, non di più, intendiamoci. Ma pur sempre qualcosa.
Viro a destra per Turano-Magasa-Cima Rest. Al primo bivio, dopo aver incontrato una sola auto, anzi un furgone, volto a sinistra. Prima Turano, poi Persone, quindi Moerna. 6 km di ascesa, secca, con punte al 14%. Dopo Moerna, a quota 1.000 m, si scollina e si agguanta, in mezzo a malghe dorate e prati verdi pullulanti di mucche scampananti, l’abitato discreto di Capovalle. Qui, in prossimità dell’omonimo passo, si può scendere verso il Lago d’Idro, oppure ripiegare sul lago di Valvestino da un’altra strada, compiendo un anello perfetto delle meraviglie. Si ripassa per Molino di Bollone e si ripercorre a ritroso la medesima strada dell’andata. Fino a Navazzo, dove decido di optare per la seconda impresa di giornata. Ovvero il rifugio alpino dell’altopiano di Rasone. Altro luogo non-luogo. Abitato da druidi e gnomi del sottobosco.
Sono tornato a 500 m, ora in nemmeno 6 km, risalirò a 1000. Pendenza tosta, media attorno al 9% e un intero troncone, nel fitto del bosco, costantemente sopra il 10%, con punte del 16% (pendenza massima rilevata dal Rox). S’esce dal lecceto stregato, segno che la vetta è vicina. Una piccola casa, con mucche. Asfalto dissestato, qualche sentiero e poi, eccolo là, nel suo candore, il rifugio del CAI, da cui si dipanano sentieri verso l’ignoto. Non un’anima. Solo mucche, in libertà. E prati verdi. Là in fodo, ai miei piedi, il lago di Garda nella sua sagoma inconfondibile. Enorme pozzangherone voluto dal destino.
La discesa, dallo stesso versante (l’unico: è una strada che non valica) è impegnativa, tra buche e pendenze ostiche. Dopo 14 km, riagguanto Gargnano e sono, quasi, al livello del mare. 66 m slm, per la precisione. Una salita da quasi 1000 m. secchi. Come il Giau. Come lo spauracchio che abita i miei sogni e che non so se mai percorrerò. Ma lo ammetto: la voglia, stavolta, c’è davvero.
Ok, basta. Quel che sarà sarà.
Il resto dell’uscita è un peana al Dio dislivello fatto di chiesette, fonti d’acqua e ripetute di Navazzo e Muslone. Salite che ormai conosco come le mie tasche.
Alle 13:30 sgancio il pedale sotto casa. Sono 6.30 secche di bicicletta. 129 km e 2998 m. di dislivello. Mai fatto tanto, tutto assieme, credo.
Eppure, eppure ancora, non è abbastanza. Il “Lungo” della MdD mi suona ancora come qualcosa di tracotantemente “oltre” le mie umane possibilità. E forse lo resterà davvero. 138 km e, quel che più conta, udite udite, 4200 m. di dislivello sono, al momento, ancora ben oltre ciò che ho fatto finora. Però, chissà.
Beh, che dire? Domenica prossima è vicina. I giochi, nella loro sostanza, sono comunque fatti. Vada come deve andare.
Se farò il “lungo” dovrò andar oltre le colonne d’Ercole. E la cosa mi suona un sacco bene.
No. Me la faccio sotto.
No. Mi piace da matti.
No. Lascia stare, va.
No. Lascia stare tu.
Lungo.
Medio.
Lungo.
Medio.
Segui l’instinto, Luke.
Per il momento, vi basti sapere che ho visto le streghe.

Totale distanza: 129 km
Dislivello: 2.998 m.
Tempo effettivo: 6:14′
V/m: 20,56 km/h
RPM/media: 79
RPM/Max: 131
Km salita: 52
Pendenza max: 16%
Pendenza media: 5,8%