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A Tu per Tour

La Grand Départ made in Italy
Sabato 29 giugno parte il Tour de France. E sarà un Tour de France molto molto made in Italy. Infatti la cosiddetta “Grand Départ” (Grande Partenza), per la prima volta nella storia della corsa pià famosa al mondo, avverrà dall’Italia. Da Firenze, con arrivo in quel di Rimini (Emilia Romagna).
Che il Giro di Francia (come quello d’Italia del resto) parta da un altro Paese non è novità: sono 70 anni che succede. Il fatto che quest’anno abbia scelto però come sede della “Grad Depart” proprio il “Belpaese” ha dell’affascinante ed eccitante. E di fatti, da giorni si respira nell’aria, una luce più gialla del solito. Impastata di Pantani, Bartali, Bottecchia, Coppi, Nencini e Gimondi, Nibali. Ma anche di Chiappucci, Bugno, e tanti altri che invece non hanno mai vinto nulla lassù.
Venendo ai fatti. Della partenza italiana del Tour si parlava da oltre 10 anni, ma se il progetto è andato in porto concretamente lo si deve all’impegno della Regione Emilia Romagna e al patto stretto con Regione Piemonte e Comune di Firenze. Se è successo, facendo qualche nome, insomma è inutile girarci intorno: molto merito va anzitutto riconosciuto all’ex CT della nostra nazionale, Davide Cassani, nonché amico con cui ho scritto un libro 4 anni fa e al presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Uniti nello sforzo. Convinti dell’opportunità. Certi dei risultati, sui quali – personalmente – non nutro alcun dubbio.

A ruota libera
Saranno 3 le tappe “italiane” – anzi 3 e mezzo – per 3 regioni coinvolte: Toscana, Emilia Romagna e Piemonte. La prima tappa da Firenze a Rimini sarà sabato (ah e io sarò là che il Tour quando arriva arriva, come il Natale di Pozzetto), sarà seguita domenica 30 da quella da Cesenatico a Bologna, con la salita di San Luca nel finale e lunedì 1 luglio con quella più lunga di tutta la Grande Boucle: la Piacenza – Torino.
La mezza tappa da aggiungere è, invece, quella che va da Pinerolo a Valloire, la quarta: solo in parte in Italia. Sabato 29 giugno parte il Tour de France. Non siete eccitati? Bando ai campanilismi, è meglio esserlo. Farà bene anche al Giro d’Italia, i cui ascolti già quest’anno sono cresciuti, l’alleanza aiuta, porta a fare fronte comune. E se si parla di una Vuelta con partenza dal nostro Paese nel 2025, e di un Tour con partenza già ufficializzata da Barcellona nello stesso anno, significa che i 3 grandi paesi dei 3 grandi giri sono uniti e non si fanno guerra. Credo sia significativo e da sottolineare.

Cent’anni.
A cento anni dalla prima vittoria di un italiano al Tour de France firmata da Ottavio Bottecchia (1924, poi bissata nel 1925), la Grande Boucle partirà da Firenze e toccherà Ponte a Ema, paese natale del due volte vincitore Gino Bartali (1938, 1948), per raggiungere la Riviera Romagnola, terra di Marco Pantani (ultimo ciclista nella storia a realizzare la doppietta Giro-Tour nel 1998), cui è dedicato anche il mio ultimo libro “La mappa del Pirata: guida sentimentale ai luoghi di Pantani” (Cairo). Toscana però fa rima anche con Gastone Nencini, altro italiano in maglia gialla a Parigi nel 1960. Ma il tracciato salirà poi a nord, in Piemonte, terra natale del “campionissimo”, Fausto Coppi, sfiorando i colli, i campi e le risaie tra Tortona, Alessandria e Castellania. Insomma, la Grand Départ bianca rossa e verde sarà un lungo omaggio al nostro Paese e ai suoi ciclisti storici che i francesi furono i primi ad amare. Quelli che, Marco Pantani in testa, come disse Adriano De Zan ” i francesi ci hanno sempre invidiato”. Perché la rivalità è rivalità, vale per formaggi vino e paesaggi, ma è innegabile che i francesi ci abbiano sempre amati. E anche tanto. Che nel nostro di DNA di fatiche contadine c’avevano visto un sogno: quello dell’italiano all’estero che va cerca fortuna e magari la trova pure. Che sputa sangue e tracanna polvere, ma macina chilometri e capita che vince.
Oltre al già citato Ottavio Bottecchia il primo dei nostri a compiere l’impresa alla Grande Boucle esattamente cent’anni fa, quando le “strade” nemmeno si potevano dir tali: chiedete a Octave Lapize come era la carreggiata che conduceva in vetta al Col du Tourmalet che ho percorso e dove ho trovato la sua stele. “Siete degli assassini” disse Octave transitato per primo nella storia, a piedi, in vetta alla cima più celebre dei Pirenei, rivolto agli organizzatori della corsa gialla. Quella strada era sassi aguzzi come proiettili pronti a forare anche il tubolare più cinturato. Oltre a Ottavio di Gemona del Friuli, dicevo, si pensi, all’immenso e da me amatissimo Felice Gimondi da Sedrina (vincitore del Tour nel 1965 da esordiente assoluto: era lì per fare il gregario di Vittorio Adorni, invece vinse). Trionfare a Parigi, dopo 3-4 mila chilometri, con il fumo negli occhi e il freddo alpino nelle ossa, e poi la gola arsa dal caldo torrido delle distese pianeggianti di girasoli enormi ha sempre avuto per un italiano un sapore tutto speciale. Diverso da quello del Giro, non ce ne voglia quest’ultimo.

Let’s Yellow
E veniamo a a me e al mio bellissimo press-trip: non amo raccontare di queste cose, ma nel caso specifico devo per forza fare un’eccezione, perché è stato davvero una due giorni speciale. E soprattutto felice: all’insegna di quel benessere e di quell’amicizia anche tra sconosciuti che subito si sprigionano dai pignoni appena la catena inizia a girare.
Ospitato da Visit Romagna / Apt Servizi e dal consorzio di bike hotel Terrabici, con un mese esatto di anticipo rispetto alla Grand Depart di sabato 29 giugno, ho pedalato anche io, in parte, sulle strade che assegneranno la prima maglia gialla. Ho avuto la fortuna di toccare con mano le asperità dei colli romagnoli finali verso Rimini. Quel su e giù che ogni partecipante della mitica Nove Colli conosce a mena dito, incluso il Barbotto (seppure affrontato dal versante opposto). Ho visto i borghi che ancora non conoscevo: Verucchio su tutti, bellissima, abbarbicata tra erba e roccia e spazzata quel giorno da vento e nuvole. Non sarà una passerella per i corridori questa prima frazione. Tutt’altro: pronti via, 3847 m di dislivello! Questo il biglietto da visita della Firenze – Rimini. Che gli Appennini non scherzano affatto e chi si prende la maglia sabato, potrebbe essere anche chi la terrà a Parigi tre settimane dopo. Chissà chissà. No, non voglio parlar qui di Tadej e Jonas (con l’aggiunta della mina vagante Primož). Di quello parleremo a tempo debito. Qui resta la mia impressione sul percorso del primo giorno. Tosto, contratto, da catena continuamente in tensione, senza molto per riposare. Una Nove Colli per pro, insomma, per restare in tema. Con alcuni amici e colleghi a fine maggio ne abbiamo percorso un tratto, quello forse più selettivo, partendo proprio dal luogo d’arrivo, Rimini e pelando a ritroso.

Sconfinare in Romagna
Partendo dall frazioncina vista mare di Viserba di Rimini abbiamo iniziato a far girare le gambe agili agili verso Sant’Arcangelo di Romagna, il paese natale di Nino Rota, sceneggiatore di “Amarcord” di Fellini, ma soprattutto di Stefano “Seri” Serra, il primo meccanico di Pantani, ormai amico fraterno, ai tempi in cui Marco correva da dilettante per la Giacobazzi del DS Pino Roncucci. Poi ecco Poggio Berni e superato il fiume Marecchia a Ponte Verucchio siamo saliti secchi e regolari per 4,5 chilometri fino alla magnifica Rocca Malatestiana della già citata Verucchio. Mai vista fu più bella che da qui sulle dolci colline del Pirata e sul mare. E poi via “otlreconfine”: in territorio sammarinese pedalando verso Monte Ventoso. Un nome, un programma. Ecco il “muro” di giornata: pendenza massima 18% dice il cartello. E c’è da credergli, ingrano il 36-30. Un serie di tornanti ci culla poi piano piano dopo le fatiche nel centro storico, in Piazza della Libertà dove si trova il Palazzo Pubblico della Repubblica di San Marino. 10 chilometri di ascesa in tutto. Un caffè è meritato, direi.

Zampellotti
Si riparte con il cielo che si chiude e fa quasi paura tanto è nero all’orizzonte. Picchiata sotto un breve, ma ticchettante sui maubri in carbonio, temporale fino a ritrovare il sole in località Pieve di San Lorenzo a Monte. Ancora alcuni “zampellotti” come chiamano qui i piccoli strappi severi ma brevi della stra, e, dopo una sosta golosa in un meraviglioso agriturismo immerso tra gli ulivi, riagguantiamo il molo di Rimini. Qui l’asfalto parla chiaro: un’enorme scritta gialla è pronta a farsi immortalare dalle telecamere di tutto il mondo sabato prossimo. Così come domenica lo faranno sulla gigantografia pantaniana preparata ad hoc dal Comune di Cesenatico, dove il sindaco Matteo Gozzoli, ciclista e tifoso del Pirata anche, lui si sta dando un gran da fare per promuovere l’icona, l’eroe di quella terra. Domenica 30 giugno infatti, il Tour parte dalla città di Marco. Insomma, ça va sans dire come direbbero loro, i francesi, hasta il Pirata, siempre. E vive le Tour!
