Salto in lungo (quarta e, giuro, ultima puntata).


Egli guarda dritto verso l’ingoto di questa selva oscura in cui si ritrovò, assurdamente volontario. Il Percorso Lungo della Maratona dles Dolomites 2010.
Le prime pedalate sono impaurite, piene di rispetto e incertezza. 
Poi la discesa lo invoca ad osare ancora. 
62-63 km all’ora, è tranquillo e libero, come un acrobata che non teme niente. E allora va sul suo filo che Dio lo manda.
In questi casi si acquista una strana fiducia in sé stessi. Si entra quasi in trance.
Il Pericoloso agguanta così, rapido, l’attacco del Colle Santa Lucia. Raggiunge un compagno di strada. Si parla, si sale, si sale, si parla.
 Al Belvedere omonimo, a pochi km da Selva di Cadore, là dove attacca sua maestà il Giau, egli si disseta. Beve ettolitri di tè freddo e Coca Cola, ricca di preziosi – per lo sforzo successivo – zuccheri. Fa il pieno di frutta disidratata e banane.
E, finalmente, egli pronto è. Guarda il suo compagno. Andiamo a prenderlo, questo Giau.
Pochi km di discesa ed eccolo. Secco e brutale l’attacco. Subito un ingeneroso e cattivo 10-12-13%. Il Rox è impietoso.
 Un km dritto, senza variazioni, poi si piega a destra, leggera ombreggiatura – ma resterà solo un ricordo: il Giau lo si salirà tutto, costantemente, al sole, sotto una temperatura sahariana – , ponticello, silenzio della montagna. Roccia dolomitica.
I cartelli lo accompagnano: “Passo Giau: 8,5 km”. Lui però ne ha già 90 e 2.500  m. di dislivello nelle gambe. Ma va su bene, la gamba mùlina bene.  In canna, il prezioso e sconosciuto finora 29, rapporto mortiroliano mai usato.
Il Pericoloso va su veloce. Pantani che non è altro, passa il suo compagno che non riesce a stargli a ruota.
Ecco allora venirgli incontro una nuova figura che l’accompagnerà per qualche km in questo viaggio dantesco agli inferi: una figura diafana e vagamente malinconica, un olandese del girone dei depressi. Si parla così di Robben e del sogno orange (purtroppo spezzato), ma anche costui dura poco: nei pressi di una benefica galleria, larga e riposante, il Pericoloso lo vede sparire dietro di sé.
Galleria larga e provvidenziale si fa per dire: la pendenza non crolla mai. Men che meno qui sotto. Sempre 10%.
Si va dal 9 al 12%. Per 10 km, signori miei.
 Se vuoi il Giau tra gli scalpi, allora devi farti la bellezza di 960 m. di dislivello in 10 km.  Non ci son santi. Zitti e imprecare.
E allora: calma, pazienza. E amore. Amore per la fatica. Per questo sport. Amore per se stessi e per il senso dell’impresa.
Fatto così il Giau costa poco. Anzi, sorprende per “normalità”.
Il Pericoloso arriva in fretta agli ultimi passaggi esposti più che mai al caldo torrido. Da Tour de France. Gente che si ferma. Gente che sviene. Gente che sale a piedi e non si sa se mai ci arriverà in vetta.
Egli no. Egli va, alto sui pedali. Allegro, felice. Con la gioia nelle vene. E il cuore in gola. 
Scollina che è un piacere. Oltre che ora di pranzo.
 Si ingolla due panini al prosciutto. Non sa cosa ha fatto. Ma l’ha fatto.
Il Giau.
La discesa ha il sapore dell’incertezza: solo soletto, si sciroppa 10 km e guadagna l’abitato di Pocol. Oltre che qualche nuvola. Siamo a due passi da Cortina d’Ampezzo. Mica paglia.
Da lì, si apre la via per il Falzarego. Da un versante diverso da quello fatto l’anno precedente, quando scelse saggiamente il percorso Medio.
 Sono ancora 11 km di fatica. Poi solo discesa.
 Ma sono facili, vanno via rapidi. Egli pensa a tante cose: gli sovvengon’ le sfuriate invernali in gruppo, come bimbi, a sfidarsi sul Monticello con l’autista, il gelataio, l’avvocato e il bressese. Lo fa così a buon ritmo, il Falzarego, pensandolo un Monticello, grondante però di storia. A spasso tra i fortini della Grande Guerra. la Guerra forse più sanguinosa e assurda.
E poi gli ultimi 2 km per il Valparola. Una parola.
Tornano infatti come spire di un serpente, le pendenze al 12%. Ma egli ormai non le sente più. Sente le campane.
 A festa.
In cima, sgancia il pedale un’ultima volta. Vuole godersela quest’aria. C’è un camper di tedeschi, lo guardano, con un misto di fascino e compassione. Fa pipì, Una pipì pericolosa. Lunga lunga. Come quella di un bimbo che troppo a lungo per l’emozione dei giochi l’ha trattenuta.
Guarda in alto questa pietraia lunare che è il Valparola, degna di Ansel Adams. Pare quasi di vederlo il genio del bianco e nero: là con il suo trepiedi e una Hasselblad, pronto a un suo scatto memorabile, magari con una Cinelli nera appoggiata a una balaustra.
Si riparte. È la discesa finale. La più bella della sua vita. Tutta sotto un sole che bacia questa piccola, grande impresa. Sotto gli Oakley si consumano tante cose, nelle pupille dei suoi occhi pericolosi.
Rivincite personali, passioni, meraviglie assortite. Tutto assorbito dalla spugna del cuore.
A proposito: mi ha incaricato di dirvi che, però, queste cose se le tiene tutte, rigorosamente, per sé. Tié.
Sì. Questa discesa la dedica tutta a se stesso. In culo a chi gli ha voluto male. E lo ha, invece, reso più forte di prima.
L’arrivo a San Cassiano vede il Pitone, che ha più saggiamente optato per il Percorso Medio, attendere il compagno di rapina, come da accordi prestabiliti e studiati a memoria nei dettagli, al bar della rotonda di La Villa. La blues mobile non è stata rimossa: parcheggiata dove non doveva, nessuno l’ha notata. Tutto è filato liscio come l’olio.
Ed ecco l’ultimo minimo dislivello fino a Corvara. Il Pericoloso lo affronta spavaldo, addirittura con il 50.
Vede il traguardo. Bruce Springsteen, l’amore di gioventù, viene sparato a squarcia gola dall’altoparlante. Tutto torna.
Come in una immensa ruota felliniana di personaggi, momenti ed emozioni. Caleidoscopio del tempo: lui bambino, lui adolescente, lui adulto, padre. Lui così meravigliosamente forte insicuro. Se è possibile.
Il traguardo è un’emozione impastata di tante, troppe cose per descriverle. Come già detto, dovrete farne a meno. Son sue.
A voi basti saper che è stato 8 ore e 12 minuti sulle nuvole. E non ha nessuna intenzione di scendere.