Freud e la Novecolli.

Sogni pericolosi per il ciclistapericoloso.

A grande richiesta, dopo Proust, arriva un altro mostro sacro sulle pagine di questo ciclo-delirio di cui non si intravede fine. Lo zio Sigmund.
Sogno ricorrente: essere in griglia a una Granfondo e accorgermi di essere vestito in borghese, magari con le clarks o, peggio, gli anfibi ai piedi. Indosso un cappotto ingombrante e ingessante, al collo una vecchia sciarpa di lana. Devo montare in sella e mi sembra di avere addosso una montagna.
Stanotte, variazione sul tema.
Sono alla Gimondi, o forse alla Novecolli, non lo so. So solo che è una bellissima alba, mi sveglio contento, sereno in una bellissima villa settecentesca. Luci preraffaellite penetrano dalla finestra disegnando meravigliosi motivi sulla parete di fronte al letto.
Guardo l’orologio: sono le 8:25! La partenza è fissata per le 8: 30 in punto. Panico.
Mi caracollo giù dal letto, butto giù dalla branda Mario. Ma è tardi, troppo tardi: ci sono da preparare le divise del Team Pezzetti, le provviste da infilare nelle tasche (sono 130 km!), la colazione da fare, il tesserino da recuperare. Cazzzzzzzzo.
Non ce la possiamo fare. È una lotta contro il tempo, una lotta impari.
Eppure, non si sa come, non si sa perché, ma per le 8:30 siamo in strada. Fuori dal cancello della villa. Tra opulenti bouganville e profumatissimi alberi da frutto. Cedri, Manghi, piante di strani frutti che paion’ usciti da Avatar. Un misto di vegetazione esotica e macchia mediterranea: difficile possa essere Bergamo, tanto meno Cesenatico. Contemplo il tutto, ingranando il record.
Dove caspita siamo, ciclistapericoloso? I meandri del tuo inconscio sono preoccupanti.
In un amen, in sella, con il 50 già ingranato, percorriamo in senso contrario i primi km della Granfondo, fino ad arrivare alla griglia di partenza. I corridori sono però appena partiti: i primi ci vengono letteralmente addosso. Ci scansiamo a fatica: vedo Mario con la sua nuova Cervelo, buttarsi a lato in un pertugio tra due ali di folla: quella giunta acclamante per la partenza di questa misteriosa Granfondo di inizio primavera.
Fatte due curve a gomito, più simili, in tutto e per tutto, alle curve di Lesmo, mi fiondo, evitando la fiumana di granfondisti, sulla linea di partenza. Agguanto un chip da una bellissima hostess che mi attacca bottone, quasi a farlo apposta.
Non ho tempo: devo partire. Non vedo Mario: dove cavolo sei, tarantola?
Frugo nella tasca alla ricerca disperata del tesserino Udace, non lo trovo, agguanto invece di tutto: chiavi di casa, crostatine, ciucci di mio figlio, persino un “cucciolocercamici” e un Gormita incazzatissimo. Ma del tesserino non c’è traccia. Mario è già partito. Mi manca il fiato, non ce la faccio. Oddio.
Suona la sveglia.
Che incubo. Però che bel sogno.
Materia incandescente per il babbo psicanalista.