Ascensore Zen.

 

2 piani di meditazione Zen.

2 piani di meditazione per il ciclista pericoloso.

L’ascensore è il momento in cui penso di più. Mi guardo allo specchio: controllo che tutto sia in ordine. Sono due piani. Bastano, e avanzano, a pensare a tutto: in poche frazioni di secondo passi in rassegna tutte le operazioni che ti aspettano e verifichi di aver compiutto tutte quelle che le precedono. Hai preso tutto? Casco, borraccia, pompa, camera d’aria di riserva, eventuali barrette e/o vettovaglie della nonna, mantellina antivento. Poi ti guardi allo specchio di nuovo, conciato in quella maniera. Un uomo in calzamaglia. E ti dici: sono normale? La risposta la lascio a voi. Mentre senti il cigolio del gabbiotto metallico che scende, a volte ti capiterà di pensare ai pericoli che di lì a poco correrai, e che, nel bene e nel male, fanno parte di questa sporco lavoro che ti sei scelto: auto che ti faranno il pelo di qualche centimetro, buche sull’asfalto, ghiaia sui tornanti in discesa, fatica, durezza, asperità, a volte, perché no, paura di non farcela. L’ascensore è un luogo onirico per me: mi dà la sensazione tangibile di quello che vado a fare, e, quando torno, di quello che ho fatto, come solo i sogni sanno fare. Mi fa capire, nel bene o nel male, che sono un cilista vero. Che non sono come gli altri. Io vado in bdc. È qualcosa di radicalmente diverso da chi va in bicicletta per fare la scampagnata o per andare al lavoro. È appartenere a una specie. Solo chi è come te ti capisce. Solo chi è come te, tu capisci. Capito? Ecco: l’ascensore, la domenica mattina, per me è tutto questo. Non prendetemi per pazzo, suvvia. Non siete più normali di me, valà. Mentre guardo i tasti della pulsantiera, mi capita di pensare alle prime volte che uscivo in bdc. Un anno e mezzo fa. A quei pochi chilometri di pianura che mi sembravano tanti. A quelle prime salite che mi parevano conquiste pantaniane. Al primo incontro con Mario, il mio compagno più pericoloso. E oggi, al nascere piano piano di un gruppo, via via sempre più compatto e numeroso. Da due, a tre, a quattro, cinque, persino sei. Mentre vedo le scale passarmi di fianco, attraverso ilvetro del gabbiotto, che scende lento, penso che proprio domani, 24 febbraio, Ishmael, la mia belva in carbonio, compirà un anno. Ricordo quando andai a prenderla. In quel di Caleppio di Settala. Presi un giorno di ferie dal lavoro, come quando nacquero i miei figli. E l’emozione non è stata tanto diversa. Bene, domani torta e candelina: si brinda in cantina con uno Chante Clair d’annata. Un anno, e 4.000 km con Ishmael, più 2.000 con Bruna (contando solo l’ultimo anno), il mio muletto, in alluminio, la bici con cui iniziai questa avventura. 8.500 km e 4 forature fa: un’eternità. E poi, mentre l’ascensore si ferma al piano terra, penso che esista un me prima della bdc e un me dopo la bdc. Poi, le porte dell’ascensore si aprono. Recupero la belva in carbonio. Passo a prendere i ragazzi al bar, allacciamo le tacchette e siamo pronti per il decollo.

Totale distanza percorsa: 95 km.
Dislivello: 1.000 m. ca.
Tempo: 4 h.
Dove: Milano – Colle Brianza – ritorno via Merate.