Di-pendenza 4

La brutta malattia che ho contratto nel settembre 2007, la BDC, ha un’origine. Una vecchia foto trovata in un vecchio album di famiglia. La vedete qua sotto. Quello a destra, piccolino piccolino, e un po’ buffo, è il mio nonno. Luglio 1935, Passo Sella (BZ). 2.240 m s.l.m.
Alle sue spalle, un rifugio: oggi è esattamente lo stesso. Sì, hanno cambiato i serramenti; hanno ammodernato l’insegna; c’è un nuovo orologio digitale che segnala temperatura, giorno, anno, ora; ci sono, soprattutto, delle orrende “cose” con 4 ruote che deturpano e vilipendono il paesaggio. Già.
Ma quella casetta è rimasta la stessa. Per settantatré anni. Il 5 luglio scorso, con un amico, sono andato a trovarla. Un po’ per me, un po’ per mio nonno. State a sentire. 

Passo Sella – 1935-2008.

25 luglio 1935.

PASSO SELLA, 25 LUGLIO 1935.

PASSO SELLA, 5 LUGLIO 2008.

PASSO SELLA, 5 LUGLIO 2008.

Capita di rado. Anche se ultimamente un po’ più spesso. 
Non so bene perché. Di commuovermi, intendo. 
E’ difficile descrivere come avviene. 
Anche perché è difficile e strano che capiti proprio sopra una bicicletta. Soprattutto in salita: stai faticando, sei concentrato; spesso guardi per terra l’asfalto per non scoraggiarti di fronte alle pendenze. 
Come fai a commuoverti? 
Eppure, ci crediate o meno, a me capita. Eccheccazzo. 
Quando scendo dal Pordoi, so che avrò poi davanti la salita più importante, più dura come pendenze (media 7,8%, massima 14%), più impegnativa mentalmente (perché viene dopo altre due salite fatte, di cui una, il Pordoi, di 10 km) dell’intero Sella Ronda. 
Il passo Sella. 
La discesa dal Pordoi, verso Canzei, è tortuosa. Non riesci a raggiungere grandi velocità. Ti arroti in mezzo ai boschi. Sopra i 2.000 metri, la vegetazione scompare, sotto, di colpo – come vi fosse una linea di demarcazione immaginaria, netta – ricompare. Abeti come se piovesse. Ombra. La mantellina che sbatte sul corpo come la vela di una braca. Le mani in presa bassa sul manubrio, il vento, sotto il casco, tra i capelli. Fa freddo anche quando c’è sole, in montagna, se scendi a 50/h da oltre 2.000 metri, poi, non ne parliamo. Penso a poche cose, non ne ho il tempo: seguo la mia traiettoria. L’asfalto è perfetto: discese così, noi padani, ce le scordiamo. Non ci sono insidie, tutto scorre liscio su un manto che sa di lenzuolo steso per farti dormire sonni tranquilli. 
Vedo Davide, sceso davanti a me, fermo a un bivio che si sfila la mantellina: a sinistra si scende a Canazei, a destra si torna a salire. Siamo all’inizio dell’ascesa verso il passo Sella. 
Improvvisa, secca, dura. 
Dal rapportone, passo al 34. In un baleno. La catena sale a stento. Le gambe, rilassate in discesa, subito sono richiamate a un netto e imrpovviso sforzo. Nuova salita. L’attacco è infatti, da subito, impietoso: pendenza 10%.
Sono “solo” 5,5 km. Prima nel bosco, poi in mezzo al nulla di una pietraia lunare. Ma sono belli tosti.  
A fianco, costante e smanioso di prendersi la scena, un crepitio fiammgeggiante di lastre rocciose e scoscese. Severe, verticali, mozzafiato. Gli scorci più belli in assoluto, quelli che mi rimarranno nel cuore, sono tutti qui. Il massiccio del Sella, salendo da Canzei, è uno spettacalo: dritto e verticale, con improvvisi crepacci e gole strettissime, piene di sabbia, detriti, sassi colati giù. Sembra una scultura appena scolpita, con i detriti del marmo lasciati a terra dallo scultore, che si sta fumando una sigaretta poco più in là, a fine lavoro. Fa paura. Ti pare possa venire giù tutto da un momento all’altro. Si impone, ti guarda, controlla chi sale su di lui e, soprattutto, come sale su di lui. 
E io salgo bene. Sarà infatti la salita che farò meglio. Tempo: 20’ circa. Quasi tutta sui pedali. Mi esalto, strafaccio, sento che è il mio momento. Supero 3, 4 ciclisti in sequenza. Vedo Davide pian piano scomparire dietro di me. I tornanti sono stupendi: dentro e fuori dal bosco, fino a 2 km dalla vetta. Le pendenze sono spesso intorno al 10%, scendono, di poco, solo per rarissimi tratti. La roccia e la natura si denudano. Fine dei boschi. La pietraia incantata mi si para davanti. Altro tornante. Altro attacco. Vado via che è un piacere. Il 34 davanti, il 19-21 a scendere, dietro. Non alleggerisco di più. Ultimo tornante: supero l’amico del Pordoi, nuovo saluto, e poi, ecco. Vedo tutto. La pelle è percossa da un brivido improvviso, non mi accorgo nemmeno della pendenza (qui il tratto più ripido). Provo un’emozione indescrivibile: vedo il rifugio, esattamente quello della foto di mio nonno, proprio lui non altri, e le tre cime del Sella, là dietro, ad aspettarmi. Come si fossero fermati ad allora. Apposta per me. 
Guardo il cielo, stacco le mani dal manubrio. Non sono misitco, non credo in Dio, ma credo proprio che mio nonno sia là a gustarsi la scena, ridendo e sognando.
C’è poco da dire: le lacrime sotto gli occhiali da sole Areo ci sono eccome. Non posso farci niente. Piango come un bambino. 
E vaffanculo.
Valeva la pena venire qui – mi dico – allenarsi un anno, scrivere, leggere, documentarsi, fare esattamente tutto quello che ho fatto, solo per questo breve, istantaneo, momento privato. 
Ho redento il passato. 
Ho chiuso un cerchio. 
Ho saldato un debito personale con me stesso.
Ed è una bella cosa.
In cima, sgancio i pedali, aspetto l’amico del Pordoi: si complimenta per il mio allungo e mi racconta di quando vide Coppi al Giro d’Italia, sbucare da un tornante; rimase colpito dal volto nero per il grasso. Mi dice che lui questo giro lo fa almeno una volta all’anno. Bella forza: è di Bolzano. 
Mi piazzo a fianco del rifugio. Un ciclista tedesco festeggia lo scalpo conquistato con una bella pinta di Forst ghiacciata. Io guardo giù: un gruppo di pecore al pascolo. Fa freddino a star fermi. Indosso la mantellina. 
Credo di essermi comportato bene. Il Sella resterà per sempre una delle salite più emozionanti della mia vita. 
C’è dentro un po’ di tutto per star bene a lungo: pendenza, paesaggio, affetti personali. 
Chissà il nonno quanto ci mise a salire? Le lacrime, sulle ruote di una bdc sono come la sciolina sulle solette di un paio di sci:  fanno andare più veloci.