Di-pendenza 5.

E chiudiamo la serie di post recuperati dal mio precedente blog.
Il Valico di Valcava: mette in collegamento la Valle Imagna con la Valle dell’Adda. 1.340 m s.l.m., il valico più alto e la salita più dura in assoluto dell’intero comprensorio delle Prealpi lombarde. Il Ghisallo, per intenderci, gli fa na’ pippa. Strappi al 18%, 12 km di fatica pura. Stupefacente.

Valcava (da Torre de’ Busi) – 28 settembre 2008.

VALICO DI VALCAVA, SCOLPITO, IN COMPAGNIA, IL 28 SETTEMBRE 2008.

Le gambe di Fignon l’han portato due volte in cima al podio di Parigi: su questi gradini, invece, nel 1988 cedettero. Fignon aveva vinto la Sanremo, quell’anno: e avrebbe raddoppiato la vittoria nel successivo, in cui conquistò anche il Giro d’Italia. Fignon aveva schiacciato due volte sotto ai piedi i 2000 metri di La Plagne. Ma il Giro di Lombardia che su queste rampe schiacciò a terra lui, Fignon non lo vinse mai. Che rumore fanno due Tour quando mettono il piede a terra? Che impronta lasciano, indelebile, tra le buche e le crepe, e nella memoria?

Per tanti anni ho visto, nelle giornate limpide, là, davanti a me, quei cosi. Proprio là, a due passi da casa mentre compravo il giornale o mentre facevo un salto in Feltrinelli. In fondo a Corso Buenos Aires, proprio là. Una montagna verde e imponente con quelle strane antenne sulla cima.
Giuro: non era un’allucinazione.
Già, perché se guardate in direzione Loreto-viale Padova – per chi è di Milano, e della zona – in una giornata tersa, magari ventosa, ci vedrete il Valico di Valcava con la sua selva di ripetitori televisivi. Una cattedrale neo-gotica tecno-bucolica.
Diffondono il segnale in mezza Lombardia, quei Cosi.
E io, per anni, guardandoli ammirato, sono stato all’oscuro di tutto. Fino a ieri.
Da ieri, tutto è cambiato. State a sentire.
Ore 6:45. Sveglia psicanalitica. Nessno si sveglia la domenica a quest’ora per andare a fare una salita con un tratto al 18%, in bicicletta. Sei un coglione.
Questa è una legge incontrovertibile. Scientifica. Piantala di addurre spiegazioni apologetiche di qualcosa che è in sé indifendibile.
Al lavoro, pensano che io sia pazzo. A casa, non commentano nemmeno più. Gli amici non lo vengono a sapere proprio.
Tant’è. Ma io sono felice e fiero di quello che faccio. ‘Fanculo.
La mia domenica 28 settembre parte così.
Alle 7:15 Corso Buenos Aires è bellissima. Lunare. Guardo là, in direzione dei ripetitori. Non li vedo. Il cielo è ancora nuvoloso e insulso. Faccio colazione al bar (l’unico aperto).
Anche lì mi sento osservato. Quasi fossi la cavia di uno strano esperimento scientifico.
Ho il mio giubbottino mid-season Campagnolo doc e sto andando a fare Valcava: del resto non me ne frega niente.
Arrivano Mario e Salvatore. A Cologno Monzese appuntamento con Nicko 67. Il Mentore di Valcava.
La Caffè Nero Bollente – Squadra Corse, completa nei suoi ranghi, è pronta all’impresa. Si parte.
In rapida successione, sotto il timido sole delle 8, che si alza e ci scalda, come dei cavalieri usciti dalle brume della notte, ci spariamo: Brugherio, Concorezzo, Vimercate, Robbiate, Imbersago. Ci avviciniamo all’Adda. Le antenne di Valcava si avvicinano a vista d’occhi: prima irraggiungibili sagome nella foschia, ora chiari segnali della fatica fatata che ci aspetta. A Brivio, passiamo dall’altra parte dell’Adda: magnifico il suo corso impetuoso e selvaggio.
Il paesaggio cambia: verde, intenso, manciate di paesini lasciate come briciole da Pollicino qua e là, ai piedi di un colosso. La cima Di Valcava (1.340 m. dove arriva la strada). Poco più in là il Resegone e le Grigne.
Le antenne, i Cosi,  di volta in volta, si fanno sempre più imponenti. Incombono. Sono là. Non si scappa più.
A Cisano Bergamasco, sosta. I primi 40 km sono fatti. Si sgranocchia qualcosina (chi una barretta, chi un panino, chi una crostatina). Un gruppo di ciclisti navigati ci guarda con aria di superiorità. Uno di loro chiede “Valcava?”, con un ghigno satanico stampato sulla bocca. “Cerrrrrrrrto!” la risposta unisona. Il ghigno si trasforma in risata malefica. Le porte dell’Inferno, per noi, si stanno per spalancare.
A Caprino Bergamasco, volta a sinistra: si inizia a salire. Non è ancora la Valcava, ammonisce Nicko 67. Ma un paio di strappetti insidiosi ci sono. Nel frattempo, da Milano, abbiamo già messo da parte un 400-500 m. di dislivello tra strappi e strappetti, discese e discesette. Che belle queste valli tra il lecchese e il bergamasco, penso. Selvagge, verdi, tortuose. Saliamo agili in fila indiana, sguardi concentrati, pronti.
Torre de’ Busi: a destra; Lecco: dritto. Si volta  a destra.
Siore e siori, ghe semm’. Qui cominica l’avventura.
Lasciate ogni pietanza, o voi che entrate. Trangugio rapido l’ultimo gel energetico – bleah che schifo, gusto cola – rimastomi. Da qui in avanti non ci si alimenta più, fino alla vetta. Si va in apnea.
Fino a Torre de’ Busi, tutto tranquillo. Appena fuori, una prima rampa al 10%, corta ma pur sempre cattiva. Salvatore prende e va. Singori miei, posso anche chiudere baracca e burattini e tornare a spingere il passeggino di mio figlio: Salvatore va al doppio della nostra velocità. Nicko ironizza: al km 7,5 si impianta, vedrai se si impianta.
Già, cosa c’è al km 7,5 di questa salita?
La strega di Valcava. Mi spiace aver trascinato tutta questa gente in questa follia, voglio che le loro madri lo sappiano: è stata tutta e solo colpa mia.
Al km 7,5 cosa c’è? La gente a Torre de’ Busi non ne parla nemmeno più. Ti guardano e voltano le spalle, rabbuiati, appena accenni l’argomento. Le madri richiamano a sé i bambini e ti fissano con aria di rimprovero: mai parlare del km 7,5 da queste parti. Mai.
Si parla, si chiacchiera. Salvatore, il folletto di Affori (165 cm., per neanche 56 kg). è andato. Sparito. Risucchiato forse, anzitempo, dalla strega.
3 km, 4 km. Il 7,5 si avvicina. Cazzarola maledetta.
Qui han rifatto l’asfalto. Siamo in un fitto e bellissimo bosco, castagne e ricci sulla carreggiata tinta d’autunno. Sole e ombra. A salire fa caldo. A scendere – se scenderemo – farà freddo, sicuro. Pecore a bordo strada, senza pastore, allo stato brado. Terra di formaggi questa.
Ridiamo nervosi, e i tratti che si alternano sono tutti tra il 7% e il 10%. Agili, agili: dice Nicko. Che la strega si avvicina…

Al km 7,5 lungo la strada che da Torre de’ Busi si inerpica verso il Valico di Valcava c’è una strega. Si chiama pendenza al 18%. Ma leggenda vuole che si tocchi addirittura il 20%, in alcuni tratti.
Io lo so. L’ho letto e sentito dappertutto. So cosa mi aspetta. Ma non lo so: nel senso che non ho mai fatto un tratto al 18% lungo centiaia di metri. Tale è il primo troncone del famigerato “muro” di 3 km che parte in prossimità di una vecchia casa isolata sulla destra. Ci arrivi e scorgi da lontano un cartello, quando ancora sei al tuo bel 9% e già faticihi: pendenza 18%. Cazzo.
Ti sembra impossibile: già perché il cartello arriva prima di una svolta a destra: tu la pendenza non la vedi ancora.
Poi volti.
E ti si para davanti in tutto il suo famigerato orrore, il Muro delle streghe. Una scalinata d’asfalto senza fine (questo il brutto: non vedi la fine) che sale. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Mi vien da ridere. Mario e Nicko 67 dietro. Li lascio, metto il 34X26, mi alzo sui pedali e chiudo tutti i contatti con il mondo esterno. Guardo solo l’asfalto sotto la ruota anteriore della mia bella. Macino al massimo. Non mi risparmio. E non so se sto facendo bene o no. Le forze risparmiate nei primi 7,5 km le tiro fuori tutte qui. Ho deciso così. Non ci sono stato su a pensare. Ho come l’impressione che se spingo di meno, cado a valle. Attacco il pezzo, lo voglio finire. Salgo bene: 200-300-500 metri. Poi si fiata. Grazie a Dio, i 3 km del muro delle streghe (così lo chiamerò) hanno diversi tratti in cui fiatare, non è tutta apnea. Dopo il primo muro secco, dove non vedi, la strada piega ancora a destra con un tornante e respiri. Recuperi e poi rivai in apnea. È come salvare qualcuno che sta annegando: ti pare che ti trsacini giù con sé, ma sul più bello allenta la presa e tu rifiati. Ed ecco un altro tornatne a sinistra. Prima di farlo mi volto e vedo Mario e Nicko che salgono dietro: impressionante il dislivello accumulato in nemmeno un km a queste pendenze. Giù vedo la valle dell’Adda, la Pianura Padana: riesco anche a guardare il panorama, vi rendete conto?
E lì mentre mi sento già fiero (e non ho fatto che 800 metri del muro di 3 km) arriva, bastarda, la seconda, folle rampa. Ancora dopo una curva, all’improvviso. Di nuovo sui pedali. Di nuovo sensazione di affogamento. Mi scappa un “porcaboia!” e dietro di me, Mario che ancora non sa osa chiedere. Non rispondo. Per pietà di lui. I dannati della Valcava salgono soli, causa del loro mal piangon’ se stessi. E non posson far altro. La seconda rampa la trovo ancora più dura della prima (è un’impressione: qui non si tocca che il 17%), poi di nuovo riaffioro. La bici ha zigzagato non poco in questo tratto, cosa che non mi era mai capitata. Ma la condizione è buona. Reggo bene. Sento che non ci sono momenti di crisi, ho gestito bene le energie. Mi risiedo. Pedalo tranquillo, la pendenza scende, scalo di un dente o due: forse ora ho il 23. Poi di nuovo, tornante, a sinistra, e di nuovo streghe. Ma via via che salgo, la durezza mi pare attenuarsi. Siamo costantemente e abbondantemente sopra il 10%, ma a me pare meno. Aumento la velocità: voglio finire. È una questione psicologica: so che ho macinato 2 km su 3 del muro delle streghe. Allungo, sono a 2,5. Poi vedo sulla destra la fontanella famosa, con su scritto “Non potabile” (per la cronaca: non solo è potabilissima, ma è anche squisita, quest’acqua di montagna, riempiteci la borraccia in discesa, stando attenti quando vi fermate per la pendenza impervia): è il segnale che il muro sta finendo. Tuttavia dopo la fontanella e una casa, si volta a destra e c’è ancora un’ultima impennata secca. Non è paragonabile alle prime due forse, ma fa male. Poi la strada spiana davvero: torniamo a valori umani, sotto il 10%. A destra la deviazione per il paesino, semidisabitato di Valcava, dritto la cattedrale neo-gotica, la selva dei ripetitori. I cosi: ci sono arrivato davanti, ai cosi, mamma. Finalmente so cosa sono quei cosi. So cosa è Valcava, so cosa è il muro delle streghe. Ed è la cosa più bella del mondo.
In cima, Salvatore e un camioncino che vende formaggi.
“Salva, da quanto sei qui?”
“9 minuti…”
No comment (anzi uno sì: aveva il 39X25).
Subito dopo di me (secondo classificato della Caffè Nero Bollente), arrivano appaiati Nicko 67 e Mario. Pacche sulle spalle, piccole esultanze di gioia. Discorso ai membri della squadra. Valcava è stato il battesimo.
I cavalieri che fecero l’impresa si dispongono per la foto di rito. Scatta Nicko, per cui nella foto non appare, ma la bocca andava anche per lui, vi posso assicurare, che di Valcave ne ha fatte 8, da un orecchio all’altro. Fa un freddo porco. Siamo a 1.340 metri slm. E si sente.
Mantelline, sottoguanti, e giù in discesa. Verso Torre de’ Busi (dall’altro versante, più facile, si arriva a Costa Valle Imagna e Sant’Omobono, provincia di Bergamo).
La discesa è difficile. Forse, almeno per me che odio le discese ripide, più dura della salita. Tornanti repentini, pendenze estreme, continue tirate di freni. Poi dove la pendenza cala, ci si mette l’asfalto dissestato e pieno di buche. Salvatore cade. Per fortuna niente di grave. Solo abrasioni e un bello spavento. Lo troviamo a Torre de’ Busi che si lecca le ferite (sue e della sua bdc). Riesce a ripartire e lo scortiamo fino a Milano. Eroico in cima per primo. Epico con il sangue sulla sella, a valle.
Il ritorno a Milano è faicle, rilassato, con l’aria felice di chi si sente più forte, di chi ha domato le sue paure, superandole. L’aria di chi ha visto le streghe.
Valcava, signori miei. Una droga nella droga.
Concludo con una massima – tra le tante – di Nicko 67, l’uomo che sussurrava ai dislivelli: “Se il Colle (Brianza) è la moglie del ciclista, la Valcava è l’amante”.
State in gruppo. E fate Valcava.

Distanza totale: 120 km
Dislivello complessivo: 1670 m.
Pendenza max: 18%
Dove: da Milano al Valico di Valcava e ritorno, passando per Vimercate, Robbiate, Imbersago, Cisano Bergamasco, Caprino Bergamasco, Torre de’ Busi.